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La mattina del 6 gennaio mi sono svegliato con un’agitazione insolita. Non era solo l’importanza della solennità dell’Epifania, ma la responsabilità di coordinare la Messa dei Popoli in cattedrale. Conosco bene le nostre comunità, soprattutto quelle africane: generose, entusiaste, traboccanti di gioia. “Tutto cuore e poca riflessione”, mi sono detto sorridendo, ma con una punta di timore. Un pontificale solenne richiede precisione, tempi, armonia. E io temevo che qualcosa potesse andare storto. A rassicurarmi, già da giorni, era però la certezza di avere accanto il vescovo Antonio: un pastore alla mano, capace di lasciarsi coinvolgere, di accogliere ciò che nasce dalla vita più che dallo schema.

Proprio mentre uscivo di casa, è accaduto qualcosa che mi ha cambiato la giornata – e forse anche lo sguardo. Emmanuel, un ragazzo nigeriano di vent’anni, mi ha fermato. Gli avevo affidato la prima lettura in italiano, e lui era visibilmente preoccupato: la sua pronuncia anglofona lo porta a trasformare spesso le “s” in “z”. Studia qui a Cremona ed è ospitato nel nostro centro parrocchiale insieme ad altri due giovani: una ragazza cinese e un ragazzo ivoriano. Con grande semplicità mi ha detto: “Sai, ho invitato alla Messa la ragazza cinese. Lei è atea. Deve vedere, ascoltare e vivere la gioia di chi ha incontrato Gesù”. Sono rimasto senza parole. In quella frase era racchiuso tutto il segreto dell’evangelizzazione: un giovane felice della sua fede che invita un’altra persona ad un’esperienza viva. E lei, con la stessa spontaneità, accetta.

Con questo stupore nel cuore sono entrato in cattedrale, gremita come raramente accade. La Messa Pontificale dell’Epifania, celebrata il 6 gennaio 2026, è diventata ancora una volta la Festa dei Popoli della nostra diocesi. Una Chiesa che si riconosce universale, non per slogan, ma per volti, lingue, storie. Le comunità cattoliche di origine straniera - africane anglofona e francofona, la numerosa comunità romena, le badanti ucraine, tre famiglie dello Sri Lanka - hanno animato la liturgia con canti, danze e simboli delle loro tradizioni.

Accanto al vescovo, tra i concelebranti, c’erano presbiteri e diaconi di diverse provenienze, religiose arrivate da continenti lontani come l’America Latina, ma ormai parte viva del nostro territorio. Anche il servizio all’altare parlava di cattolicità concreta. Nell’omelia, il vescovo Antonio ha pronunciato parole essenziali e incisive. Ne custodisco due in particolare: “Gesù, nell’Eucaristia, non chiede documenti: ci nutre tutti… Le diversità non ci dividono, ci arricchiscono”. Non serviva altro. Il resto lo diceva la celebrazione stessa.

Il Vangelo è risuonato in più lingue: italiano, francese, inglese, spagnolo, rumeno, ucraino, cingalese. La preghiera dei fedeli ha intrecciato voci diverse. E poi l’offertorio: un gruppo di fedeli ivoriani, in abiti tradizionali, ha danzato portando i doni all’altare. Non folklore, ma preghiera incarnata, corpo che loda Dio.
La cattedrale era piena, e non solo di persone: era piena di gioia. Al termine della Messa nessuno aveva fretta di andare via. Molti sono rimasti ad ascoltare gli africani che continuavano a cantare e ballare, a fotografare, a filmare, ma soprattutto a condividere. Era il segno di una Chiesa viva, in cammino, capace di stupire ancora.

Ripensando ad Emmanuel e alla sua amica cinese, ho capito che quella mattina non abbiamo solo celebrato l’Epifania: l’abbiamo vissuta. Cristo che si manifesta attraverso la gioia contagiosa di chi lo ha incontrato. E questo, come responsabile dell’ufficio missionario, è il dono più grande che potessi ricevere.



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