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La carità sboccia da un cuore puro

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Da quasi quattro anni ho lasciato la missione per tornare in Italia. Il mio desiderio è quello di poterci tornare, se Dio lo vorrà. Ho vissuto quasi sette anni, dal 1991 al 1997, nell’Amazzonia Brasiliana, nel Nord del Paese, in una missione/parrocchia di 60mila abitanti, su un territorio di 6,500 km² e 72 comunità cristiane da visitare, di cui 60 raggiungibili con la barca a motore, la canoa o camminando nella foresta.

Nel 2003, i miei superiori mi chiesero di trasferirmi in Messico dopo la laurea in Psicologia all’Università Gregoriana di Roma, per dedicarmi soprattutto alla formazione dei nostri giovani saveriani studenti di teologia. Mi sono dedicato anche alla pastorale di periferia a Città del Messico, all’accompagnamento psicologico di preti e suore, all’insegnamento e infine all’assistenza dei miei confratelli saveriani ammalati. Fino al 2020 quando sono rientrato.   

La vita missionaria consiste nel trasmettere l’amore e la misericordia di Dio, sradicando il male “al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare” (John Ronald Ruel Tolkien). I missionari, senza escludere nessuno, fanno la scelta dei poveri, degli esclusi. Prediligono cioè gli “scartati” dalla società come li chiama papa Francesco e come ha fatto Gesù. A proposito di questo vi racconterò un fatto. Un uomo lebbroso e la sua signora non erano sposati in chiesa. Lei si prendeva eroicamente cura del suo compagno da più di dieci anni. Lui non aveva mai voluto curarsi e la lebbra lo stava portando alla morte. Provavano una certa vergogna nel parlarmene, perché non si erano mai sposati in chiesa. Organizzammo un breve percorso insieme, in casa loro, si sposarono e dopo tre mesi lui morì. La sposa mi disse: “Dopo il matrimonio ho amato mio marito ancora di più. Sono triste ma serena. Il matrimonio è prendersi cura dell’amato”. Questa coppia mi ha aiutato a comprendere che non c’è niente di più sublime che spezzare il pane quotidiano ed eucaristico con i poveri.

Fino ad oggi, in Brasile e Messico gli elementi religiosi della cultura indigena si mescolano con quelli del Vangelo. Per esempio, una mamma brasiliana fu inviata dallo stregone del villaggio, chiamato “pagè”, alla casa parrocchiale per terminare di curare il suo bambino di pochi mesi che aveva l’afta. La mamma del bambino mi chiese di appoggiare la chiave del tabernacolo sulla bocca del neonato perché glielo aveva suggerito lo stregone. Feci ciò che mi chiese e lei mi ringraziò, lasciandomi un casco di banane, prima di tornare al suo villaggio molto soddisfatta. A Città del Messico, tutti gli anni, il 12 dicembre si celebra la festa della Madonna di Guadalupe, chiamata affettuosamente dai messicani, la morenita, perché ha fattezze indigene, o la virgencita. Apparse a San Juan Diego nel 1531. La visitano circa 20 milioni di pellegrini all’anno. Arrivando alla Basilica di Guadalupe, tra i pellegrini, ci sono alcune centinaia di gruppi di danza atzeca che ballando al suono del tamburo e con i loro costumi tipici, riprendono le antiche danze azteche e attraverso di esse venerano la Madonna, “la morenita”, la loro madre, che ha il titolo di imperatrice delle Americhe ed è madre di tutti i popoli.

Con il vostro aiuto e quello di tante persone, in particolare, attraverso le iniziative del Gruppo missionario Belèm, abbiamo potuto realizzare progetti concreti per aiutare tutta la comunità sia nell’Amazzonia brasiliana, sia in Messico. Per esempio, ad Acarà, in Amazzonia, abbiamo fondato un consorzio agricolo, scavato pozzi per l’acqua potabile, costruito cappelle per le celebrazioni, comprato una barca a motore chiamata libertaçao e una jeep per visitare i villaggi, abbiamo aiutato famiglie molto povere.
In Messico, tra gli indigeni di lingua Nahuatl, abbiamo costruito un centro polifunzionale e acquistato materiale scolastico per gli alunni e i maestri, aiutato i migranti diretti negli Stati Uniti dando loro cibo e acqua. Nelle notti fredde, a Città del Messico abbiamo distribuito viveri e coperte ai poveri della strada e aiutato nella formazione dei nostri seminaristi teologi saveriani. 

C’è un miracolo che guida e anima il cristiano: il miracolo della fede e della carità. Ci sono persone che non riescono a dare niente a livello materiale. Nonostante ciò, dedicano tempo alla preghiera, all’Eucarestia domenicale e giornaliera, si mettono a disposizione per alcuni servizi alla comunità cristiana e sociale. Altre persone sono in grado di dare un apporto economico alla missione e ai missionari e lo fanno generosamente. La carità verso gli altri sboccia da un cuore puro e da uno sguardo che va oltre i confini del nostro “io”

Vi ringrazio anche a nome di tutti i missionari e di tutte le persone che aiutate senza conoscerle, perché vi fidate di noi. Con gratitudine e affetto vi abbraccio, prego per voi e vi affido a Maria Madre di Gesù e Madre nostra. Non dimenticatevi di pregare per me e per tutti i missionari e le missionarie del Vangelo.



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