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L'indonesiano Agostinus, Parma - p. Bratti, Brasile

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Da Parma, il giovane indonesiano Utomo racconta il terremoto.

Utomo è un giovane saveriano indonesiano di Yogyakarta. Ha terminato gli studi teologici a Parma, lontano da casa. Ci racconta il dramma dei familiari durante il recente terremoto.

Immaginate il panico tra la gente di Yogyakarta, la città dell’isola Giava in Indonesia, sabato 27 maggio scorso, alle 5.50 del mattino. La maggior parte della gente era ancora in casa. Il terremoto è durato solo 57 secondi, ma i danni materiali e psicologici subiti dagli abitanti perdurano nel tempo.

Con il terremoto si sono interrotte le linee elettriche e telefoniche. È stato difficile rintracciare i propri cari feriti negli ospedali sovraffollati. Ho provato a contattare i miei familiari che abitano proprio a Yogyakarta, dove io sono nato e cresciuto. Purtroppo non ci sono riuscito. Potete immaginare il mio stato d’animo in quei momenti! Solo dopo tre giorni sono riuscito a contattare mio fratello.

Mi ha raccontato che la scossa è stata molto violenta; non riusciva a uscire di casa mentre questa si muoveva tutta; fortunatamente, si è messo in salvo con la moglie e i due bambini. Dalla strada, vedevano la casa agitarsi, finché sono crollati il tetto e il primo piano. Anche l’auto si spostava saltellando, senza nessuno dentro a guidarla! La gente presa dal panico urlava e fuggiva. Loro si ritenevano fortunati: erano tutti salvi e il pian terreno della casa aveva retto, mentre molte case dei vicini erano rase al suolo, causando tante vittime!

Dopo qualche ora, si è sparsa la voce che l’onda dello tsunami era già giunta a 10 chilometri dalla città. Il panico si è ulteriormente aggravato. Con ogni mezzo, la gente cercava di mettersi in salvo verso i monti. Questo ha causato l’intasamento e il blocco totale della circolazione.

Sono riuscito a contattare anche un mio cugino. Svegliato di soprassalto dal forte scossone, ha subito cercato di mettersi in salvo con il bambino. Ma la confusione mentale era così grande che, mentre cercava di aprire la porta per uscire, si è accorto che tra le braccia, al posto del figlio, aveva preso il cuscino. Ha subito rimediato e ringrazia il Signore perché sono riusciti a salvarsi.

Ci sono state oltre 70 scosse di assestamento. Queste non hanno provocato danni materiali, perché le case erano già distrutte. Ma la gente è terrorizzata. Basta il rumore di un camion e si spaventa. Ma la preoccupazione maggiore riguarda il futuro, dopo aver perso tutto.

Noi tutti siamo addolorati e in lutto. L’Indonesia è stata nuovamente provata da una catastrofe.

Non sono ancora stati riparati i danni provocati dallo tsunami e si è aggiunta una nuova sciagura. Più di 7.000 persone sono morte; altre migliaia sono ferite; oltre duecentomila case sono distrutte o danneggiate. Per almeno un anno, le famiglie dovranno abitare in tende o baracche. Le abitazioni da ricostruire sono più di 100.000.

Mentre si svolgevano questi avvenimenti la gente si chiedeva: “Cosa vuole dirci Dio con questi segni?”; “come mai a sud scoppia il terremoto e il vulcano esplode a nord?”; “perché tutto questo si abbatte su di noi?”. Calamità del genere contengono sempre un messaggio per l’uomo! Siamo invitati a essere consapevoli della nostra fragilità: siamo facilmente distruggibili. In pochi minuti, anzi in pochi secondi, la vita costruita in tanti anni di fatiche può essere distrutta; la gioia e la festa vengono trasformate in lutto e dolore! La sciagura ci fa comprendere la precarietà della nostra esistenza su questa terra e ci fa pensare alla vita futura.

Riceviamo anche un avvertimento alla conversione, individuale e sociale. Le disgrazie non sono un castigo di Dio, ma come cittadini indonesiani dobbiamo convertirci dalle ingiustizie che dilagano in molti settori della società, che sacrificano la gente comune costringendola a una maggiore povertà.

  • Augustinus W. Utomo, sx.

Nuova missione, nuova “avventura”, p. CLAUDIO BRATTI, sx

Cari amici, attualmente mi trovo a Londrina, città nel sud del Brasile. Infatti, entro la metà di quest’anno, i saveriani lasceranno la parrocchia di san Francesco Saverio alla diocesi di Piracicaba. Perciò il nostro superiore, p. Giovanni Murazzo, mi ha trasferito a Londrina.

Sono in una parrocchia di periferia, con cinque comunità molto grandi. I cattolici sono circa una metà della popolazione; l’altra metà è costituita da varie sette cristiane. Per ora non posso dire molto, perché ancora non conosco questa nuova realtà, ma la gente mi ha accolto molto bene.

Il problema principale mi sembra sia quello di migliorare la formazione dei leader laici della comunità, perché possano collaborare con il sacerdote in modo più dinamico e dare alla parrocchia una dimensione missionaria più accentuata. Senza lo spirito missionario, le comunità non riescono a progredire; rimangono sempre nella stessa situazione. Dovrò lavorare anche per creare maggiore unità.

Chiedo scusa se durante le vacanze in Italia non ho potuto salutare tutti personalmente. Ero arrivato molto stanco e ho avuto qualche problema di salute. Così ho preferito rimanere a casa e riposare.

Vi ringrazio per l’accoglienza, per la vostra amicizia e per tutto quello che fate per le missioni. Un forte abbraccio.

  • Chi desidera, può comunicare al nuovo indirizzo: p. Claudio Bratti, Rua Francisco Arias 134, Conjunto Habitacional Semiramis - 86088‑050 Londrina, PR Brasil. E-mail: claudiobratti@pop.com.br


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