L'icona della missione: Paolo, catechista di Antiochia
Antiochia era la capitale della provincia romana di Siria, la terza città dell'impero dopo Roma e Alessandria d'Egitto. A 32 chilometri dal mare, era l'incrocio di grandi vie che univano l'est e l'ovest, il nord e il sud dell'impero. Il suo porto Seleucia, sul fiume Oronte, permetteva l'estensione dei commerci a tutta l'area del Mediterraneo.
Era una tipica città ellenistica e cosmopolita, abitata da macedoni, greci, giudei, siriani e romani, con circa 100mila abitanti. Era una città molto bella; la via principale - cardo maximus - era la più maestosa dell'antichità: lunga 3.2 chilometri e larga 10 metri, lastricata in marmo, con marciapiedi ai due lati, coperti a spese di Erode il Grande. C'era una grande comunità di giudei, i cui diritti erano riconosciuti pubblicamente.
Alcuni credenti immigrati ad Antiochia da Cipro e da Cirene (in Libia) predicano il vangelo anche ai greci. Il libro degli Atti racconta che "la mano del Signore è con loro" e tanti credono e si convertono al Signore" (At 11,20-21).
La chiesa di Gerusalemme viene a sapere questa cosa e manda Barnaba, "uomo virtuoso e pieno di fede e di Spirito Santo". Forse c'è anche un'altra ragione. Nel 39-40 ad Antiochia c'erano state delle sommosse contro i giudei che protestavano per la statua che Caligola aveva eretto nel tempio di Gerusalemme. Nei disordini potevano essere stati implicati anche i cristiani. È un fatto che da questo momento il nome cristiano, agli occhi dei romani, viene associato a disordini e sommosse.
Eusebio racconta che i fondatori della chiesa abbandonano la città e vanno a Roma, forse per paura di essere presi e interrogati dai magistrati. Probabilmente la chiesa di Gerusalemme manda Barnaba perché la comunità di Antiochia era rimasta senza una guida.
Giunto ad Antiochia, vedendo la grazia del Signore egli se ne rallegra, esorta tutti a perseverare con cuore risoluto, e una folla considerevole è condotta al Signore. Poi Barnaba va a Tarso per cercare Saulo e lo conduce ad Antiochia. "Rimangono insieme un anno intero in quella comunità e istruiscono molta gente; ad Antiochia per la prima volta i discepoli sono chiamati cristiani (cf At 11,23-26).
Chiamato da Barnaba, Paolo ricompare sulla scena apostolica. Non in veste di missionario, ma come operatore pastorale, diremmo noi oggi: fa il catechista, sotto la supervisione dello stesso Barnaba. La comunità di Antiochia è ricca di carismi, con "profeti e dottori"; oltre a Barnaba e Saulo, ci sono Simeone detto Niger, Lucio di Cirene e Manaèn, compagno d'infanzia di Erode tetrarca (cf At 13,1). Antiochia è inoltre la prima comunità cristiana che manda un'offerta a Gerusalemme, in occasione di una grave carestia.
È proprio da questa comunità che Barnaba e Paolo sono inviati, per decisione dello Spirito Santo nelle regioni vicine "per l'opera alla quale li ho chiamati". Dopo Cipro, i due missionari vivono l'esaltante avventura della fondazione delle chiese di Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe (cf Atti 13). Sono gli anni che precedono la prima missione in Grecia e il concilio di Gerusalemme. Sono anni "oscuri", perché senza altri risconti storici se non il libro degli Atti; ma "luminosi" per l'esperienza di apertura alla fede dei popoli pagani, raccontata fedelmente da Luca.
Occorre riflettere sull'esperienza di Antiochia, perché presenta un modello di comunità che per noi, come per Paolo, è di grande importanza: una comunità cosmopolita, ricca di carismi; che manda, sostiene e accoglie i missionari, i quali sono suoi inviati, non battitori liberi; che si prende cura di tutta la chiesa, sostenendo altre comunità in difficoltà.
L'esperienza di Antiochia rimane per Paolo un punto di riferimento, un modello che egli cerca di realizzare anche altrove: a Corinto, forse a Efeso, a Roma. Un'esperienza che mostra la parabola della missione, la corsa del Verbo nella storia: il seme che viene gettato attecchisce, cresce, diventa albero carico di frutti e di semi che moltiplicano la vita.
Paolo e noi: per un'applicazione missionaria
- Le nostre comunità come accolgono i cristiani di altri paesi? Siamo capaci di creare ambienti in cui si sentano accolti, perché davvero sono nostri fratelli e sorelle nella fede?
- C'è condivisione di fede e reciproca edificazione? C'è la passione di parlare del vangelo e dell'opera di Dio in ogni occasione possibile, anche al di fuori dei momenti rituali?
- Siamo capaci di formare e inviare missionari a chi non ha la fede in Cristo? Come pratichiamo la solidarietà con le chiese bisognose?








