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L'Icona della Missione: A Paolo all'Aeropago: “Ti sentiremo un'altra volta”

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Paolo capisce e cambia stile

LA PAROLA

Paolo, in mezzo all’areopago, disse: “Cittadini ateniesi, dopo i tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura risuscitandolo dai morti”. Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: “Ti sentiremo su questo un’altra volta“. Così Paolo uscì da quella riunione. Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti.

  • Atti degli apostoli 17,22-34.

Nel leggere questa testimonianza degli Atti possiamo chiederci:

  1. Paolo ha fallito nella sua missione?
  2. Che idea aveva di missione?
  3. Cosa ha imparato da quanto accaduto all’areopago di Atene?

Fiasco o successo?

Alcuni anni fa, facendo queste domande a un gruppo di missionari e missionarie, mi avevano risposto così: “è stato un fiasco; gli ateniesi lo hanno snobbato!”. Un piccolo gruppo ha aderito all’annuncio di Paolo, ma questo è stato ritenuto insignificante: pochi uomini e una donna! La tappa di Atene è una tappa importante; è il momento dell’inculturazione nella missione di Paolo. Nonostante tutto, è stato un fallimento.

Avevo fatto le stesse domande ai partecipanti laici di un gruppo missionario. Le loro risposte mi hanno sorpresa: “Se l’obiettivo di Paolo era la conversione in massa, allora ha fatto un buco nell’acqua; se invece era l’annuncio della buona notizia, allora i frutti ci sono stati, dato che la dinamica dell’annuncio è spesso legata a piccoli gruppi.

Contenuto e metodo

Se c’è stato uno sbaglio, questo è avvenuto nel contenuto: Paolo aveva annunciato la risurrezione dimenticando di parlare della croce. Ma il metodo era corretto: passare attraverso l’inculturazione. Il punto di partenza era la realtà culturale degli ateniesi. Il cammino era giusto: costruire un ponte fra l’annuncio evangelico e la cultura ellenica.

Paolo ha imparato la lezione! Infatti, ai cristiani di Corinto scrive: “Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza...” (1 Cor 2,2-4).

La missione cambia

Il profeta Isaia dice che il Messia deve “essere luce fra i popoli”. Questa riflessione orienta la nostra idea di missione e ci permette di creare una nuova coscienza, un nuovo concetto di missione. Ci aiuta a rileggere la presenza di Paolo in Atene e ad affermare che non fu un fiasco completo, perché il concetto di missione ha subito una trasformazione. Missione non è più conversione di masse di pagani. La missione ora parla di piccoli gruppi che si lasciano trasformare dalla buona notizia di Gesù. Paolo diventa per noi un modello di missionario. Ma come alla luce del profetismo biblico abbiamo recuperato il concetto di missione, così la luce dell’esperienza di Paolo ci accompagni verso nuovi orizzonti che si aprono davanti a noi.

Il missionario debole

Costretto a parlare di sé Paolo afferma: “Ho fatto numerosi viaggi; ho affrontato pericoli... Ho forse commesso una colpa sui chilometri percorsi, sulle comunità fondate, sui numeri di convertiti e battezzati. Ma dice: “Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il vangelo... Guai a me se non predicassi il vangelo! Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di predicare gratuitamente il vangelo... facendomi debole con i deboli. Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno” (1Cor 9,1-27). Annunciare il vangelo, infatti, è annunciare la salvezza.

  • Ci viene spontanea una domanda che vorremmo fare all’apostolo: qual era il tuo concetto di missione?
  • E dall’apostolo arriva fino a noi una domanda: come vivere la missione oggi?

 



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