L’abate Sidotti è ancora in Giappone
Padre Renzo Contarini, saveriano trevisano, per tanti anni missionario in Giappone, raccontava d’aver conosciuto da ragazzo la storia del missionario Giovanni Battista Sidotti e di esserne diventato subito un convinto ammiratore. Lo ha preso come modello della sua azione missionaria e ha dedicato tanti anni della sua vita per farlo conoscere. Ha fondato una chiesa a Yakushima, sul luogo dove Sidotti era sbarcato “missionario clandestino” per diffondere il vangelo!
Due anni di accurate analisi
Lunedì 4 aprile, la città di Tokyo ha reso pubblico che, durante gli scavi per le fondamenta di un palazzo residenziale partiti nel 2014 sono venuti alla luce tre tombe con ossa umane. Dopo quasi due anni di accurate e moderne analisi, è stato scoperto che i resti umani della tomba al centro, i meglio conservati, erano sicuramente dell’abate Giovanni Battista Sidotti.
In Paradiso da 18 anni, p. Renzo Contarini già conosceva la strepitosa notizia. Spero che la scoperta delle reliquie del Sidotti, esattamente nel 300° anno dal suo martirio, segni l’inizio del cammino verso il riconoscimento ufficiale della sua santità e del suo martirio per la fede.
Roma-Manila-Yakushima
Nativo di Palermo, l’abate Sidotti si trasferì a Roma per mettersi al servizio del Papa. Qui fu colpito in particolare dalle tristi notizie riguardanti il Giappone dove, da oltre 90 anni, era in corso una dura persecuzione intenta a sradicare anche l’ultimo segno di presenza cristiana. Il desiderio di rinfrancare i fedeli perseguitati lo spinse a chiedere a papa Clemente XI di poter partire per il lontano Oriente e nel 1704 arrivò nelle Filippine.
A Manila, stimato da tutti come un santo, il Sidotti lavorò come missionario al servizio di poveri, malati e per la formazione del clero locale. Ma continuò a raccogliere notizie circa la situazione del Giappone. Ne studiò la lingua presso i discendenti dei giapponesi esiliati perché cristiani. Dopo quattro anni, convinse il padrone di una nave a portarlo fino ad una delle isole del sud Giappone. Così, nella notte dell’11 ottobre 1708, una piccola scialuppa lo lasciò sulla costa di Yakushima.
L’ospitalità e la cattura
Il contadino Jôbei, intento a raccogliere legna, lo incontrò. Era vestito da samurai e cinto di spada. Dopo avergli offerto da bere, Jôbei lo ospitò a casa. Il breve tempo trascorso con la gente semplice e ospitale del villaggio fu per Sidotti un momento di profonda gioia e consolazione.
Ma presto venne scoperto e catturato dalle autorità locali, condotto a Nagasaki e poi a Edo (ora Tokyo), e rinchiuso nella “residenza dei cristiani” per essere processato. Il potente funzionario e maestro di Confucianesimo Arai Hakuseki ebbe l’incarico di interrogarlo e di proporre allo Shogun la sentenza.
I dialoghi con il maestro Hakuseki
Fin dal primo incontro, Hakuseki rimase colpito dal comportamento nobile e dalla cultura del missionario straniero. Fra i due crebbe una sincera stima reciproca, e questo rese più facili e cordiali i prolungati dialoghi.
Tra l’altro, Hakuseki accettò le spiegazioni del Sidotti secondo cui i missionari cattolici espulsi e perseguitati non erano per nulla avanguardie degli eserciti europei.
Alla fine del processo, lo Shogun accettò le conclusioni di Hakuseki. Non torturò il missionario per farlo abiurare, non lo esiliò, gli impose di non diffondere il cristianesimo e lo trattenne nella “residenza-prigione” come ospite d’onore, accudito da una anziana coppia, Chosuke e Haru.
Il martirio insieme a Chosuke e Haru
Da quel momento, l’unica precisa notizia riguarda il suo passo finale: il martirio. Sidotti un giorno decise di accettare la richiesta di Chosuke e Haru. Diede loro il battesimo e la gioia di essere, come lui, associati alla vita di Gesù. La cosa venne presto scoperta e la sentenza fu immediata per tutti e tre.
Furono calati in tre distinti pozzi asciutti, tra loro non comunicanti, e condannati a morire di fame.
Il Sidotti si spense per ultimo, il 21 ottobre 1714, a 46 anni. Vennero sepolti nella umida terra appena fuori dal recinto della loro residenza e prigione.








