Intervista a don Aldo Fonti
Dal Venezuela a Viserba. Un salto mica da ridere, anche per un prete con doppio passaporto. Lui lo definisce un percorso di rinascita, faticoso ma anche entusiasmante, perché "portare la dimensione di fede gioiosa della chiesa latino-americana non può che far bene alla nostra chiesa italiana".
Chi parla è don Aldo Fonti, sacerdote diocesano di 63 anni, metà dei quali trascorsi come missionario a Caracas e dintorni. Don Aldo, rientrato da poco più di un anno in Italia, da maggio 2009 è parroco a Viserba Mare ed è anche il nuovo direttore dell'ufficio missionario di Rimini.
Siamo andati a trovarlo per raccogliere la sua esperienza.
Come sei finito in sud America?
Sono originario di Montegridolfo e ho frequentato il seminario a Rimini. Erano gli anni '60, quelli delle comunità di base, della chiesa dei poveri, della teologia della liberazione... Facile innamorarsene. A me è capitato alla fine del liceo, quando ho maturato la scelta missionaria e mi sono iscritto al seminario per l'America latina di Verona, per prepararmi alla missione. Sono stato ordinato sacerdote nel 1974 e nel 1977 sono partito per il Venezuela.
Un paese di tradizione cattolica...
Sì, la chiesa latino-americana è giovane, con un popolo sterminato, ricco di fede ma povero di clero. Per questo, papa Giovanni fece appello alle chiese europee perché inviassero sacerdoti in quelle nazioni, per sostenere la chiesa locale. Il risultato è che la missione da quelle parti non costituisce tanto un fatto personale, quanto un'occasione di crescita di un'intera comunità. Così è stato anche nella mia esperienza.
Dove hai lavorato?
Prima ho lavorato a La Guaira, un grande quartiere popolare di Caracas divenuto, poco alla volta, un'attiva comunità di base. Poi, dalla fine degli anni '80, i vescovi mi hanno affidato l'ufficio nazionale per la famiglia. Nel 1996 sono poi tornato in Italia, nel seminario di Verona, questa volta come insegnante per preparare i missionari per l'America latina. Mi occupavo della loro formazione e del loro inserimento nei paesi di destinazione. In quegli anni ho girato per tutto il sud America.
Poi, ancora Venezuela...
Nel 2001 sono stato richiamato a Caracas come vice segretario della Conferenza episcopale, per sostituire il mio predecessore, morto assassinato. Un episodio orribile, su cui non si è mai fatta piena luce e che il governo ha tentato di strumentalizzare ai danni della chiesa. D'altra parte, il presidente Chávez non ama gli oppositori interni ed è arrivato al punto di definire "golpisti" i vescovi venezuelani, solo perché hanno il coraggio di dichiarare che il Paese sta scivolando verso una dittatura.
E hai deciso di rientrare?
Sono un prete diocesano e, accanto alla vocazione missionaria, credo nel valore del ritorno, anche se dopo tanti anni non è uno sforzo da poco. Mi aiuta il pensiero che in questo modo potrò forse contribuire a diffondere i valori della chiesa latino americana: una chiesa calda, affettuosa, comunitaria, capace di intense relazioni umane. Detto con uno slogan, "più massa e meno messe!"; ovvero meno riti e più intensità di partecipazione.
E il "Campo Lavoro" missionario in Romagna?
Il "Campo Lavoro" è un'esperienza straordinaria, con una dimensione ecumenica molto bella: offrire a tutti, al di là delle appartenenze, un'opportunità per fare del bene. Non è un'iniziativa esclusivamente ecclesiale, e questo è un punto di forza. Nei prossimi mesi mi impegnerò perché il "Campo Lavoro" venga attuato da tutte le parrocchie della diocesi. Vorrei che diventasse l'evento clou delle tante iniziative per le missioni che si svolgono sul nostro territorio. Iniziative da preservare nella loro autonomia, ma anche da mettere in rete, evitando separazioni e sovrapposizioni.








