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Questo numero di “Missionari Saveriani” vi porta il calendario per il 2017. È una buona occasione per accompagnarlo, con una riflessione, sul senso del tempo alla luce della Parola di Dio.

Ciascuno di noi, con la sua nascita, entra nella storia degli uomini, vi resta qualche tempo e poi se ne va. L’uomo è consapevole del tempo che passa, noi siamo dipendenti dal tempo, ma anche capaci di trascenderlo, vivendolo intensamente.

La saggezza umana ci stimola a non sprecare il tesoro del tempo. “Lo perder tempo a chi più sa più spiace”, scrive Dante nella Divina Commedia.

Nella spiritualità di s. Guido Conforti c’è anche un richiamo all’orologio, che misura materialmente il tempo che passa, con l’invito, rivolto a noi missionari, a curare la qualità del tempo.

Ma la terra resta sempre la stessa…

Nella Bibbia, il salmo 89 è una preghiera sapienziale, che riflette sul tempo che passa inesorabilmente e insieme una supplica a Dio per sfuggire alla sua voracità. Dio è l’Eterno, che sfugge alla morsa del tempo, mentre gli anni della vita dell’uomo sono limitati.

L’autore si fa interprete della mentalità del suo ambiente e della sua epoca, quando calcola in settant’anni il traguardo normale di ogni avventura umana, mentre ottant’anni sono gli anni per i più robusti e fortunati. Aggiunge una nota di pessimismo: “La maggior parte è fatica e dolore, passa presto e noi ci dileguiamo”. Un altro saggio di Israele, una personalità contro corrente, il Qohelet, osserva con realismo: “Una generazione va, un’altra viene, ma la terra resta sempre la stessa”.

La richiesta di un compenso

La sapienza del cuore consiste nel prendere realisticamente atto di questo processo inarrestabile, rendendo il tempo qualitativamente diverso, con una vita impegnata e generosa. Il salmista chiede al Signore due cose. La prima è di poter riscattare “i giorni di afflizione”, gli “annisventurati”.

Spesso la vita ci costringe all’inattività e abbiamo l’impressione di perdere tempo. Dobbiamo mettere in conto i tempi morti, i viaggi interminabili, i giorni della malattia, i contrattempi rispetto ai programmi concepiti a tavolino. Per superare il sentimento di frustrazione, il salmista chiede a Dio una sorte di compenso: “Rendici la gioia per i giorni di afflizione, per gli anni in cui abbiamo visto la sventura”.

Oltre la frontiera della morte

L’altra richiesta che sigilla questa bella preghiera è l’appello al Signore perché dia consistenza e stabilità alle nostre opere: “Rafforza per noi l’opera delle nostre mani…”. Per l’uomo biblico ogni fatica è vana senza il Signore: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori; se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode” (Sal 126). Gesù è ancora più radicale, quando parla della vite e dei tralci e aggiunge: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5).

L’uomo moderno fatica a entrare in questa prospettiva, perché si crede padrone del tempo, capace di piegarlo a suo piacimento.

Egli affida la sua vita alle opere eclatanti che lo renderanno immortale, al di là della frontiera della morte.

Comporre un poema d’amore

La Bibbia, che ama la comunicazione simbolica parla spesso, del “libro della vita”, dove il Signore registra il nostro vissuto, i passi del nostro vagare e anche le nostre lacrime. In questa specie di diario celeste, è registrata la nostra esistenza.

Madre Teresa, di cui la chiesa ha proclamato recentemente la santità, si considerava umilmente “la matita del Signore” a disposizione del Dio della vita, per comporre, per quanto possibile, un poema d’amore.



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