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In parrocchia e nelle scuole, Intervista a p. Fasolini/2

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I racconti di Salgari e la missione

Proseguiamo la chiacchierata con p. Ettore Fasolini tra ricordi, aneddoti e curiosità.

Come sceglievate i ragazzi?

Ogni sabato, il direttore del centro missionario don Lecchi, ci dava il nome delle parrocchie dove andare la domenica per la giornata missionaria. Lì facevamo anche propaganda vocazionale. Inoltre, durante la settimana andavamo nelle scuole elementari e negli oratori.

Erano tre occasioni in cui raccoglievamo adesioni. Per un mese durante l’estate, portavamo i ragazzi aspiranti missionari a Gromo San Marino e sceglievamo quei trenta o quaranta che ci sembravano più adatti per la vita missionaria e che avrebbero potuto studiare con noi. Nelle medie, abbiamo avuto fino a 100 studenti, tanto che p. Giuseppe Crippa ha dovuto costruire un’ala nuova della vecchia casa di via Adobati.

Cosa raccontavate ai ragazzi?

Il mio pezzo forte erano i racconti di Salgari. Raccontavo ai ragazzi che anch’io ero stato uno di loro e che ero diventato missionario perché p. Lini diceva che saremmo andati nel mondo. Da bambino sognavo di raggiungere le isole più sconosciute, proprio come “il pirata della Malesia”. Il racconto folcloristico e la chiamata di Dio facevano scoccare la scintilla. Anche oggi le mie omelie ai ragazzi nelle giornate missionarie sono impostate su questo copione: vocazione e missione, oltre al consiglio di leggere i miei libri che raccontano la missione.

E gli insegnanti...

Fino al 1965, facevamo scuola noi saveriani, con l’aiuto di qualche professore che veniva da fuori. I nostri ragazzi facevano gli esami come privatisti. Poi abbiamo ottenuto la scuola parificata. Così abbiamo avuto insegnanti e direttore esterno. Noi saveriani insegnavamo solo religione e curavamo la formazione. La nostra scuola è stata chiusa nel 1990.

Come reagivano le famiglie?

Fino agli anni cinquanta le famiglie bergamasche avevano molti figli. Ai genitori non dispiaceva che uno di loro studiasse in seminario o in un istituto missionario. Le uniche perplessità le avevano per il carattere dei figli, che erano un po’ discoli. Ma noi cercavamo proprio quelli!

C’era un legame molto forte tra le famiglie e l’istituto. Le vacanze non erano come quelle di oggi. Da ottobre a giugno, i ragazzi raramente andavano a casa. L’istituto, però, era aperto ai genitori e c’era un contatto frequente. Loro venivano la domenica; noi andavamo a trovarli in casa; organizzavamo giornate per i familiari. L’aspetto formativo e spirituale era agevolato molto da questa unione e da questo rapporto.

La tradizione continua

I saveriani di Alzano hanno sempre avuto a cuore il rapporto con i sacerdoti e il vescovo della diocesi. Godevano della stima dei sacerdoti che li chiamavano per il ministero della confessione e della predicazione. Eravamo presenti anche negli oratori e nelle scuole e siamo stati sempre ben visti. Questa tradizione continua anche oggi.

I sacerdoti seguivano con interesse il percorso formativo dei “loro” ragazzi saveriani che andavano a Desio per il liceo, a Parma per la teologia e poi partivano per la missione. Ogni parrocchia a Bergamo ha un mensile illustrato; in ogni numero vengono date notizie dei missionari. Nella mia parrocchia siamo quattro saveriani. Oltre a me ci sono p. Lino Maggioni che è in Burundi, p. Alfiero Ceresoli che è in Brasile, p. Giacomo Milani che è in Messico.

Oggi sono cambiate le situazioni della diocesi e delle parrocchie; ma il contatto e il rapporto con i saveriani si sono consolidati nel tempo. I sacerdoti ci chiamano; la gente viene a trovarci; l’affetto e la simpatia rimangono quelli di sempre.

Noi saveriani ci sentiamo molto legati alla nostra gente e alla nostra chiesa. E la gente è molto legata ai suoi missionari. Quando andiamo in missione, il legame rimane molto forte; quando torniamo, siamo sempre accolti bene, quasi fossimo degli eroi. E noi in ogni occasione cerchiamo di far capire alle famiglie che la cosa migliore che possono fare è offrire un figlio alla missione nel mondo.



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