In cammino con la Parola
Elena Conforto, consigliera generale delle saveriane, ha trascorso undici anni nel sud del Brasile, di cui quasi sette a Morro Doce.
Morro Doce, vasto quartiere periferico della città di San Paolo, appartiene a Brasilandia, la regione episcopale più piccola, più povera e più recente. Come saveriane siamo andate a viverci circa vent’anni fa, su invito del vescovo. In alcuni periodi le quattro sorelle della comunità erano incaricate da sole di un’area parrocchiale assai vasta, in un quartiere di circa 80mila abitanti.
Quando sono arrivata, nel 2004, c’erano anche un prete diocesano e un religioso missionario, che con noi accompagnavano le ventiquattro Comunità ecclesiali di base (CEBs) della parrocchia. Il nostro compito era soprattutto quello di formare dei leader di pastorale e seguire le CEBs. Ogni sorella era incaricata di quattro comunità: partecipava al consiglio, visitava le famiglie, si faceva carico di ciò che succedeva, sempre in comunione col parroco.
Catechesi da coordinare
Mi fu affidato, in particolare, il coordinamento della catechesi che prepara gli adolescenti alla cresima (ogni due anni c’erano circa 200 cresimandi) e la pastorale della gioventù; ho collaborato anche con i Gesuiti, che già si occupavano dei giovani di Morro Doce con progetti sociali, formazioni e ritiri.
La vita degli abitanti di Morro Doce è segnata dalle esigenze del lavoro. Molti si alzano alle quattro del mattino e ci mettono fino a tre ore per raggiungere il posto di lavoro da cui rientrano a sera col buio. San Paolo è una grande metropoli e le distanze sono immense. Molti giovani, dopo il lavoro, frequentano l’Università serale, arrivando a casa a mezzanotte.
Una grande discarica
Noi saveriane abbiamo sempre avuto a cuore la realtà concreta, accompagnando i vari movimenti sociali. Nella zona era presente una grande discarica, in cui i rifiuti erano interrati producendo esalazioni di odori con liberazione di gas, tra cui una grande quantità di anidride carbonica che, attraverso un progetto, veniva convertita in gas metano.
Per questo, alcune quote di “credito di carbonio” dovevano essere versate al municipio di San Paolo. I movimenti sociali della zona si sono mobilitati, perché il denaro potesse essere reinvestito nella regione, già penalizzata per la presenza della discarica. Si attende ancora la costruzione di un ospedale per gli abitanti della zona. Gli stessi movimenti si sono impegnati anche per impedire l’aggiunta di un’altra discarica.
La pastorale dell’abitazione
Morro Doce, inizialmente, era un’area non edificabile appartenente a ricchi proprietari che l’avevano venduta per appezzamenti a persone venute dall’interno del Paese e in difficoltà abitative. La gente comprò e cominciò a costruire casette, abitandole e migliorandole continuamente. Negli anni in cui i quartieri stavano sorgendo, si diede vita alla “pastorale dell’abitazione”, perché la gente avesse una casa dignitosa, con acqua, luce, fognature e trasporti; questi risultati furono ottenuti attraverso la lotta della gente, organizzata in movimento e appoggiata dalla chiesa.
I giovani di Morro Doce s’impegnano per realizzare i loro sogni e solo una minima parte ci riesce. Nel lavoro sono spesso sfruttati e sottopagati. Gli afrobrasiliani, in particolare, subiscono umiliazioni e non pochi giovani vengono uccisi, sia da bande armate che da “forze dell’ordine”. Da vari anni, la chiesa lotta contro lo sterminio dei giovani.
Che abbiano la vita piena
La Parola di Dio, ascoltata e condivisa, aiuta le persone a prendere coscienza della propria dignità, a dare una risposta concreta ai bisogni quotidiani, secondo quanto disse Gesù: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).
Le persone arrivate dalle campagne, soffrivano di isolamento e anonimato nella grande metropoli. La chiesa ha offerto loro la dimensione comunitaria, centrata sulla Parola di Dio, letta e condivisa. In ogni comunità, una volta la settimana, c’era la celebrazione eucaristica o, in mancanza del prete, la celebrazione della Parola.
Teologia con i piedi per terra
Ogni comunità aveva il suo responsabile laico (donna, per la maggior parte), i ministri della Parola, i catechisti, i ministri straordinari dell’Eucarestia e dell’accoglienza… Il prete coordinava, insegnava, formava e amministrava i sacramenti e presiedeva il consiglio della parrocchia.
Questo cammino mi ha fatto percepire un Dio più vicino. Ho imparato a fare teologia con i piedi per terra, il vangelo mi è apparso più concreto.
Morro Doce mi è rimasta nel cuore. Ora che hanno raggiunto certe conquiste sociali, spero non dimentichino l’interesse per la vita sociale, lasciando affievolire la fede.








