“Il vostro inviato” in Indonesia, Per formare nuovi missionari
Da ventun’anni svolgo la mia attività missionaria in Indonesia, ma mi sento particolarmente legato alla comunità ecclesiale della diocesi di Venezia. Infatti, qui ho lavorato per 17 anni, dal 1967 al 1984, nell’istituto saveriano di Zelarino. In quel periodo ho incontrato tanti sacerdoti, religiosi e persone particolarmente impegnate nell’attività missionaria. Sono stati anni molto belli e fruttuosi.
Ambasciatore di Venezia
È stato entusiasmante vivere con gli allievi missionari, sperimentare il loro slancio per la vocazione missionaria, affrontare insieme i dubbi e le difficoltà. Molti di loro hanno raggiunto la meta e ora sono impegnati in Asia, Africa e America Latina, come annunciatori del vangelo e dell’amore di Dio.
Ancora ricordo bene quel 6 gennaio del 1984 quando, nella basilica di S. Marco, ho ricevuto dal patriarca Cè il crocifisso e il mandato missionario dell’annuncio del vangelo in Indonesia. Sento di essere, quindi, un vostro inviato e rappresentante presso i popoli dell’Indonesia. Quello che sono riuscito a fare in questi ventun’anni di vita missionaria, lo ritengo un dono, una grazia del Signore, ma anche il frutto delle vostre preghiere, della vostra vicinanza e bontà.
Con la gente e con i saveriani
La mia attività in Indonesia ha avuto tre fasi. I primi sette anni ho svolto l’apostolato a diretto contatto con la gente in una parrocchia della diocesi di Medan, al nord di Sumatra. Avevo 25 “stazioni missionarie” o comunità di villaggio, abbastanza lontane dal centro, che visitavo una volta al mese in moto o a piedi. La fatica era compensata dalla gioia della gente nell’incontrare il missionario. Ho cercato anche di privilegiare l’incontro e il dialogo con i protestanti e i musulmani. Era un dialogo concreto, fatto di iniziative comuni per aiutare i poveri e venire incontro alle tante situazioni di disagio.
Nei sei anni successivi sono stato superiore dei saveriani che lavoravano in Indonesia. Risiedevo a Padang, città principale di Sumatra. Da lì andavo a visitare i confratelli ovunque si trovassero, anche in posti lontani come le isole Mentawai. Cercavo di aiutarli, di incoraggiarli, perché la congregazione era accanto a loro e apprezzava il loro lavoro e le loro fatiche. Ho potuto ammirare l’impegno, la dedizione e i sacrifici che i missionari hanno fatto, a volte in ambienti ostili, per realizzare opere importanti per la gente in campo educativo e sanitario, come le scuole e gli ospedali.
Con gli studenti saveriani
Gli ultimi otto anni li ho trascorsi a Jakarta, capitale dell’Indonesia, come rettore degli studenti saveriani di filosofia. In un certo senso, sono tornato a fare il lavoro che facevo a Zelarino. Qui, però, i giovani sono già religiosi e hanno già fatto i voti di missione, castità, povertà e obbedienza. Hanno un’età compresa dai 20 ai 25 anni e desiderano diventare sacerdoti e missionari nella nostra congregazione.
Provengono da ogni parte dell’Indonesia, con culture diverse l’una dall’altra. Stare insieme li aiuta a capire le differenze, a vivere nella concordia e nella comunione fraterna. Frequentano un’università gestita dai gesuiti e sono impegnati anche in attività pastorali. C’è chi prepara i catecumeni al battesimo, chi lavora tra i poveri e i ragazzi di strada della periferia di Jakarta, chi si occupa del dialogo ecumenico e interreligioso.
Sono insieme a un saveriano indonesiano. Il nostro compito è stare accanto a questi giovani, aiutandoli come fratelli maggiori a crescere nell’amore alla vocazione missionaria e ad avere il coraggio di donarsi totalmente al Signore. Quest’anno gli studenti saveriani sono ventiquattro. Le spese per la loro formazione sono tante, ma siamo stati aiutati da benefattori italiani. Ci auguriamo che la loro generosità continui.








