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Anche noi missionari dobbiamo migliorare

Padre Daniele Targa, saveriano friulano di San Giorgio di Nogaro (UD), da quattro anni è missionario in Bangladesh. In una lettera ci scrive impressioni e notizie abbastanza “fresche”. È interessante condividere le sensazioni e i sentimenti di un missionario, che vive e lavora in un ambiente tanto diverso dal nostro.

Cari amici, per prima cosa voglio dirvi che sto abbastanza bene, nonostante i mesi d’estate con temperature che toccavano i 40 gradi durante il giorno e l’umidità che fa sudare giorno e notte.

Era quasi impossibile svolgere una qualsiasi attività. A volte mancava anche l’energia elettrica, per cui non si poteva nemmeno usufruire di quel po’ d’aria che uno sgangherato ventilatore può procurare. Insomma, non è stato un periodo molto bello. Poi, naturalmente, non sono mancati i temporali in molte zone del Bangladesh, non tanto distanti dalla regione in cui vivo e lavoro. Le piogge violente hanno causato la morte di varie persone, senza contare i danni materiali, che sono sempre gravi per chi ha così poco per vivere!

Non è una vita facile...

Fare il missionario in Bangladesh non è facile. Oltre alla mentalità della gente, alla povertà e alla corruzione sociale, spesso anche le condizioni atmosferiche mettono a dura prova l’entusiasmo. Al di là di tutto, cerco di restare saldo, di non perdere la pazienza, di alimentare un obbligo morale per restare sano. Grazie a Dio, il “serbatoio” delle fede non si è svuotato. Ma la preoccupazione che da un momento all’altro possa andare in riserva è sempre presente. Per questo, l’attenzione e la cura a riempirlo con la preghiera è sempre viva e costante.

Sono in Bangladesh da quattro anni. Per tre anni ho lavorato con tre preti bengalesi, molto diversi tra loro. Non è stata un’esperienza entusiasmante. Le perplessità e le difficoltà non sono mancate. Ma neanche il nostro modo di lavorare e di collaborare con la chiesa locale è privo di macchie. Anche noi missionari dobbiamo batterci il petto per certi nostri atteggiamenti da “padroni”.

Missionario nella chiesa locale

Avrei potuto avere le mie meritate vacanze, ma ho deciso di rimanere qui un altro anno ancora. Ho accolto l’invito del vescovo che mi ha chiesto di rimanere in una parrocchia con un giovane prete bengalese. Ringrazio il Signore di avere avuto, sin dall’inizio, la possibilità di inserirmi concretamente nella chiesa locale. Questo non vuol dire che non mi trovi bene con la mia famiglia missionaria, anzi. Ma lavorando a stretto contatto con la realtà bengalese, sono riuscito a capire meglio l’ambiente in cui mi trovo. Mi ha aiutato a ragionare, per quanto ci possa riuscire un estraneo, con la mente della gente del posto.

Lo scorso 6 maggio (anniversario del terremoto in Friuli) abbiamo accolto il nuovo vescovo della nostra diocesi. Le attese sono tante, anche perché il suo predecessore ha guidato la diocesi per ben 35 anni. Un’iniezione di novità era più che desiderata e, in un certo qual modo, necessaria. Speriamo proprio che con questa nuova ventata di Spirito Santo molte cose possano cambiare in meglio. È chiaro che il problema più grande non è il vescovo, ma ciascuno di noi. Se prima non cambiamo noi stessi, sarà impossibile sognare un futuro migliore.

Con voi, amici del Friuli

A marzo, ho avuto anche la soddisfazione di andare in Indonesia per il convegno saveriano sull’animazione vocazionale in Asia. Ho potuto solo incontrare i friulani p. Rodolfo Ciroi (di Gonars) e p. Franco Qualizza (di Stregna). È stato bello vedere il loro entusiasmo sempre vivo, nonostante i lunghi anni spesi a servizio della gente della grande nazione indonesiana.

Un saluto cordiale raggiunga tutti i saveriani della comunità di Udine e tutti gli amici del Friuli. Vi sento tanto vicini, spiritualmente e materialmente.



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