Il mistero della morte di p. Pedroza
Un giorno ebbi la fortuna di conoscere alcuni di questi cavalieri cristeros. Uno di loro fu Don GuadalupeTejeda, di Arandas (in Messico Don sta per Signor). Era nato nel 1905 e aveva ancora una gran lucidità di mente e di parola, anche se il fisico era molto debole.
Ebbi modo di ascoltarlo a lungo e di fargli domande. Gli chiesi perché era entrato in quella guerra. Mi rispose: “Per vocazione”.Volli insistere: “Che significa per vocazione?” “Ma come - mi rispose risentito - lei, un sacerdote, non ha mai sentito parlare della vocazione di Mosè, di Giosuè, di Samuele, di David...?”. E mi narrò, con passione e nostalgia, della Cristiada: “Per quasi tre anni combattemmo quella guerra, talora come il lupo, attaccando, talaltra nascondendoci come il coyote. Dormimmo sotto le stelle e sotto l’uragano, come cuscino la sella, e sentinella il cavallo, che ci svegliava col muso per l’imminente pericolo. Sopravvivemmo elemosinando il cibo, l’acqua, il vestito. Eppure, padre... eppure eravamo felici!”. Don Lupe mi parlò poi dei capi dei Cristeros. Mi raccontò a lungo del leggendario generale in capo della brigata de Los Altos, p. Aristeo Pedroza, uomo integerrimo, uno dei cinque sacerdoti che parteciparono in armi alla Cristera. Egli continuò ad amministrare la sua parrocchia di Tototlán, pur durante l’insurrezione, e seppe mantenere incolumi i suoi uomini fino alla fine della guerra.
Don Lupe lo aveva conosciuto molto bene perché aveva combattuto con lui e perché era stato l’uomo di fiducia del generale: “...Si él no es santo no sé quien pueda serlo” (Se lui non è santo, non so chi possa esserlo; è voce questa popolare nelle Terre Alte, Los Altos de Jalisco). Mi parlò delle sue imprese e infine della sua leggenda, della leggenda nata attorno alla sua fine: “Tutti credono che sia stato ucciso, fucilato al muro del camposanto di Arandas. Ma non fu così. Io posso dirlo. Fucilarono un altro uomo, un bandito di San Luís Potosí, perché la polizia voleva dimostrare di saper raggiungere i capi della rivolta e così intimorire il popolo. Padre Pedroza era stato ferito tempo prima e portava ancora una fasciatura. Io gliela avevo vista il giorno prima: era una fasciatura vecchia e sporca di sangue e del rosso fango de Los Altos. Qualcuno lo disse ai soldati e così a quell’uomo, in fretta e furia, fu messa una fascia, pulita, nuova... Chi gliela avesse tolta avrebbe visto che quell’uomo morto non aveva alcuna ferita. Il padre era di razza indiana e per questo portava baffi finti; qualcuno, che sospettava la verità, fece per strappare i baffi a quell’uomo che giaceva presso il muro del cimitero, ma i baffi che portava erano suoi, erano naturali. Io ero là e ho visto. Padre Pedroza è vivo”.
Mi congedai così da quello che pensavo fosse l’ultimo dei cavalieri cristeros e che, ma in quel momento non potevo saperlo, sarebbe morto quindici giorni dopo. Certamente - pensavo mentre uscivo dalla sua casa - la dedizione, la fede, l’amore possono mantenere in vita un uomo al di là della sua morte fisica, possono, cioè, fare miracoli.
Passò del tempo, non ebbi più modo di interessarmi dei cavalieri cristeros e non pensai più alla leggenda del p. Pedroza, alla vicenda misteriosa della sua morte e al “miracolo” della sua sopravvivenza. Ma, diceva G. K. Chesterton: “La cosa più incredibile dei miracoli è che succedono davvero. C’è nella vita una componente di magica coincidenza che sfugge facilmente a coloro che fanno conto sul prosaico. Come è stato bene espresso dal paradosso di Poe, la saggezza dovrebbe far conto sull’inaspettato”.
Infatti non ci pensai più fino al giorno in cui, alcuni anni fa, capitai in un villaggio sperduto sulla Sierra, nel cuore del Messico, dove m’incontrai di nuovo con il mistero-leggenda dei Cristeros.








