Il missionario che volava alto, p. Ettore Fasolini
Il 5 febbraio avevamo festeggiato i 78 anni di p. Ettore. Alla santa Messa erano presenti, oltre alla nipote Caterina e a tutta la comunità saveriana di Brescia, anche i sacerdoti e le suore della Domus Caritatis, dove da vari mesi p. Ettore con coraggio e fede si stava incamminando verso la conclusione della sua vita. Una vita missionaria che possiamo definire "fantastica".
Con lo sguardo libero
Nonostante il male, che pian piano gli ha tolto la mobilità e la forza muscolare, è stato missionario fino in fondo, conquistando la simpatia e l'affetto anche del personale paramedico della casa di cura. Appena spirato, un'infermiera mi ha detto: "In vent'anni di lavoro ho visto tanti morire, ma la morte di p. Ettore mi ha toccato profondamente".
Il suo corpo si è piegato al male, ma non il suo spirito. La sua anima sapeva volare alto, sopra la sua situazione e sofferenza personale, sopra le difficoltà e le incomprensioni che possono essere più dolorose quando il corpo fatica a reggere la volontà. Alla fine il suo atteggiamento verso tutti era di comprensione e di perdono. Dall'alto di quel calvario aveva acquistato uno sguardo libero dalle cose di questo mondo.
Scrittore prolifico e sensibile
Padre Ettore è stato un viaggiatore instancabile e attento osservatore. Ha scritto numerosi volumi tra i quali la bellissima raccolta di fiabe da tutti i continenti e una serie di biografie di saveriani scomparsi. Sapeva raccontare in modo attento e sensibile le sfumature della loro vita.
L'ultima sua fatica letteraria è stata "Il verde tenero delle foglie" dove, con lieve intensità, p. Ettore ha raccontato le sue radici e la sua avventura missionaria: una storia d'amore che ha permeato ogni angolo della sua anima; un amore verso il Signore che gli ha permesso di vivere la dura prova della malattia con apparente semplicità. Ne pubblichiamo due brevi stralci.
La frase di Gesù sulla tomba
Una splendida mattina di maggio del 1970. Da due giorni sono in Italia: vi torno per la prima volta dopo cinque anni trascorsi in Indonesia. Ieri con Silvio e Giovanna sono andato al cimitero a salutare i nostri morti.
Papà Francesco e mamma Anna riposano uno accanto all'altro. In una terza tomba, sono racchiuse le ossa di mio fratello Enrico, ucciso durante la guerra in Tunisia...
Abbiamo recitato insieme una preghiera. Quando si torna su una tomba dopo tanto tempo si ha la dolce impressione che i nostri morti siano lì ad aspettarci. Mi ha commosso leggere, inciso sulla lapide di papà Francesco, il versetto dell'evangelista Marco (4,35), che gli era tanto caro: l'invito di Gesù agli apostoli, "Passiamo all'altra sponda"... I morti vivono nel cuore delle persone che hanno amato. Chi è amato non muore.
Le storie si capiscono dalla fine
Questa mattina sono andato all'ospedale di Bergamo per incontrare mio fratello p. Norberto. Mentre percorrevo i lunghi viali alberati, una cosa mi ha colpito: il colore verde tenero delle foglie, appena spuntate sui rami. Anche in Indonesia gli alberi perdono le foglie; ma alcune cadono, altre spuntano. Per cui la foresta mantiene perenne un colore cupo, verde intenso; non c'è segno di primavera né cambio di stagioni nelle foreste di Sumatra.
È per me una gioia rivivere il maggio italiano. Qui le foglie appena spuntate hanno un colore tenero, come la pelle d'un bimbo che si apre alla vita... Solo ciò che in noi ha il soffio dell'eterno può durare nel tempo.
Ricordo d'aver letto, tempo fa, una frase che mi ha accompagnato per tutto il tempo da me impiegato a scrivere queste pagine: le storie si capiscono dalla fine.








