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Spesso la chiesa ha pianto e onorato i suoi "martiri rossi", coloro cioè che hanno subìto morte violenta a causa della loro fede in Dio. Sono tanti, dai profeti ai santi innocenti, compresi tutti coloro che li seguirono, in ogni tempo e luogo fino a oggi. Di alcuni sono state scritte le memorie, ma molti di più sono anonimi; solo Dio sa quanti, e li ha coronati adeguatamente.

La tomba dell'uomo bianco

Ma c'è un'altra schiera, forse più numerosa, di apostoli che hanno accettato il sacrificio di una vita breve per portare il vangelo in luoghi malsani e difficili. Uno di questi luoghi è la Sierra Leone, conosciuta in passato come "la tomba dell'uomo bianco". Tanti giovani missionari vi si sono avventurati perché la gente indigena potesse almeno godere ...il paradiso nell'aldilà.

Il beato Conforti diceva: "La vita apostolica, congiunta alla professione dei voti religiosi, costituisce per sé quanto di più perfetto, secondo il vangelo, si possa concepire... I voti sono come una specie di martirio a cui, se manca l'intensità dello spasimo, supplisce la continuità di tutta la vita".

Le micidiali febbri tropicali

Il libretto souvenir scritto dai padri dello Spirito Santo, per celebrare il centenario della missione da loro fondata, riporta una lista impressionante di giovani missionari che hanno subìto volontariamente il "martirio bianco" per amore del vangelo: una vita breve, stroncata dalle infide malattie tropicali.

La dedica del libro dice: "Questo souvenir del centenario è dedicato con gratitudine alla fede ardente, allo zelo apostolico e al generoso spirito di sacrificio dei primi missionari". Il vescovo Brosnahan, a conclusione dell'introduzione scrive: "Il seme sparso nei cento anni passati è stato bene irrigato dal generoso sacrificio. Prego che il futuro porti frutti degni di tanto sacrificio nascosto".

L'Africa dell'ottocento era un pericolo mortale per chiunque si avventurasse nel suo interno. Il clima tropicale, caldo e umido, favoriva il proliferare di miriadi di insetti portatori di febbri ed epidemie mortali. La medicina curativa era ancora inadeguata, i trasporti primitivi e lenti.

Il quarto tentativo di "santa crociata" per l'evangelizzazione stabile dell'Africa occidentale fu opera dei "padri dello Spirito Santo" e delle "suore di S. Giuseppe di Cluny", agli inizi del 1800. Due tentativi precedenti di gesuiti e francescani erano finiti nell'annientamento totale della missione, proprio a causa delle febbri e malattie tropicali.

L'infaticabile suor Javouhey

La fondatrice delle giuseppine di Cluny, madre Anne Marie Javouhey, si era stabilita prima a St. Lollis (Senegal) nel 1779, e poi nell'isola di Goree nel 1818. Aveva visitato l'Africa occidentale nel 1823, in spedizioni degne dei grandi viaggi apostolici, tra innumerevoli pericoli di ogni tipo.

Essa meravigliò tutti per la sua grande energia. Non è mai indietreggiata di fronte a un'azione che potesse migliorare la condizione della gente. Lavorò sopportando anche il fastidio dei severi abiti religiosi del tempo, non idonei ai climi caldi dell'Africa.

Alla richiesta del governatore inglese a Freetown Sir Charles McArthy, madre Anne Marie accettò la gestione dell'ospedale di Bathust in Gambia e prese interesse alla Sierra Leone, dove arrivò il 14 marzo 1823. Per vari mesi lavorò all'ospedale con energia sovrumana tra le vittime di "febbre gialla" e quasi ne rimase vittima lei stessa. Per varie settimane giacque in condizioni disperate, ma Dio la conservò per altre opere di carità. La sua guarigione fu un vero miracolo e poté tornare in Francia, triste di dover lasciare la missione a cui si era dedicata con tanta passione.



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