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Un ritorno atteso e sperato

Caro p. Silvano, ho la gioia di confermarti che il superiore generale dei saveriani, con il parere favorevole dei suoi consiglieri, ti ha assegnato alla regione del Giappone. Siamo contenti di poter assicurare la regione del Giappone del tuo arrivo. Nello stesso tempo, accetta i nostri fraterni ringraziamenti per il lavoro che hai svolto in Italia. Quanto hai fatto in Italia possa esserti di aiuto anche nel tuo prossimo servizio alla missione in Giappone”.

  • p. Luigi Menegazzo, sx


Con queste parole, il vicario generale dei saveriani mi ha comunicato ufficialmente il nuovo campo di lavoro. Mi avevano chiesto cinque anni di servizio in Italia e così è stato.

Il conto alla rovescia

Desideravo tanto tornare in Giappone che contavo i giorni, sistematicamente. Questo a qualcuno ha forse dato un po' fastidio, ma era il mio modo per dimostrare l'attaccamento alla missione e il forte desiderio di continuare il lavoro missionario. Chiedo scusa a tutti quelli a cui mi sono reso un po' antipatico con questo mio modo di fare.

Parto di nuovo e con grande gioia. Del resto, un missionario non sta bene se non in missione, perché realizza ciò per cui vive. Anche il servizio e il lavoro in Italia sono necessari e vanno fatti, ma ciò che riempie il cuore di gioia è il lavoro in missione. È la scelta fondamentale della nostra vita che prevede, tra le sue realtà fondamentali, l'andare “fuori, alle genti e per tutta la vita”, per far conoscere il vangelo del Signore Gesù.

Il distacco e il dono

Sto vivendo la richiesta di ripartire per il Giappone come la seconda chiamata del Signore. Mi avvicino a lui nella piena maturità, lasciando di nuovo tutto. Ma ho mai avuto qualcosa a cui mi sono attaccato, oltre la missione?

Ripartire comporta che io mi distacchi da tutto per donarmi totalmente al Signore nei giapponesi che incontrerò. È un distacco dagli “affari umani” e dalle persone, perché il missionario è attaccato solo alla missione che Dio gli dà. È questa missione che egli deve portare avanti. Ma come è possibile distaccarsi dalle persone che ho conosciuto, con le quali ho fatto un tratto di strada, dagli amici, dal proprio mondo di esperienze e abitudini? Non è uno strappo disumano?

Forse qualcuno si arrabbierà nel leggere queste mie parole, eppure bisogna che io sia distaccato anche da me stesso, dalle relazioni umane, persino dalle amicizie. Ciò non significa disprezzare le persone e la realtà. Vuol solo dire che non è facile amare la vita e le persone nel Signore e come lui vuole .

Viandante nel mondo

In tutta la mia vita non ho mai vissuto a lungo in uno stesso posto. Ho sempre cambiato luoghi e incarichi. Anche in missione, ho cambiato posto sei volte. Mi considero un viandante sulle strade del mondo, un po' come Gesù, che era sempre in cammino e in movimento sulle strade della Palestina. Per me, queste continue partenze per altri luoghi e verso altre persone sono come una purificazione che mi fa vivere ciò che ha scritto san Francesco Saverio dal Giappone in una lettera ai suoi amici.

“Noi pensavamo di rendere a Dio qualche servizio venendo in questi luoghi per accrescere la sua santa fede; ma adesso per la sua grande bontà, ci ha fatto chiaramente capire la grazia così immensa che ci ha concesso nel condurci in Giappone, liberandoci dall'amore di molte creature, che ci impedivano di avere maggior fede, speranza e fiducia in lui”.

Ringrazio i saveriani della comunità di Alzano che mi hanno sopportato per cinque anni, accettando anche i miei difetti. Ringrazio tutte le persone che ho conosciuto nella città e provincia di Bergamo e che mi hanno ascoltato. Le porto nel cuore per il bene che mi hanno dato. Vi chiedo solo preghiere per i giapponesi e per la mia missione in mezzo a loro.

Anch'io, celebrando l'Eucaristia in lingua giapponese, mi ricorderò di voi.



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