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Quando, nel 1998, hanno chiesto a me e ad altri quattro saveriani, due italiani e due brasiliani, di aprire una nuova missione in Mozambico, subito mi sono dato da fare per informarmi su quella nazione. Ricordo di aver letto che era un Paese esposto a cicloni e uragani che, formatisi nell’Oceano Indiano, entravano nel Canale tra Mozambico e Madagascar e raggiungevano la costa.

Nel 2000, ho potuto toccare con mano la verità di quella informazione. Nell'occasione, aveva sofferto il centro sud del paese, e la gente si era rifugiata sugli alberi (dove una signora partorì). L’anno dopo, è toccato al centro nord. La popolazione perse le provviste conservate nelle capanne e anche tutta la produzione dei campi. Fu un periodo di grande sofferenza. Il necessario per la sussistenza di una famiglia è una pentola di polenta. Il companatico normalmente consiste di erbe spontanee che le donne raccolgono nei campi ed è preparato con arachidi o sesamo. L'unica cosa che si acquista è il sale (è per questa ragione che le lingue si sviluppano sulle vie che conducono al mare). Galline e capre si allevano per poter comprare il sale e qualche indumento. La carne si mangia nelle feste o si rimedia con la caccia.

Nella stagione delle piogge, tra il 1998 e il 1999, c'è stata un'ottima produzione ma, dopo quell'eccezionale annata, c'ė sempre stato qualcosa che comprometteva il raccolto, principalmente la “secca”. Poi, mi sono assuefatto anch'io alla provvisorietà, al vivere nella sobrietà, alla ricerca dell’essenziale. Quest'anno, sono stato richiamato a prestare i miei servizi in Italia. Ho preso l’aereo il 7 febbraio. La stagione agricola era promettente, era piovuto ragionevolmente. Il 9 marzo mi è giunto un video-messaggio che mostrava inondazioni e distruzioni nel centro nord, nella regione di Tete. Poi, il 14 e il 15, la catastrofe nel centro sud, il ciclone Idai travolge la seconda città del Mozambico, Beira, con più di 450.000 abitanti. Case senza tetto, alberi sradicati, antenne e tralicci dell'energia elettrica divelti, ponti distrutti, strade impraticabili. Questa è la cruda realtà della città dopo due giorni di inferno.

La sala di chirurgia dell'ospedale è stata inondata, mentre il reparto maternità aveva il tetto scoperchiato. La pioggia è caduta per altri sei giorni. Da subito, è entrato in azione l’Istituto Nazionale per le gestioni delle calamità. Ha organizzato e distribuito i compiti alle varie organizzazioni internazionali che si sono presentate per offrire il loro aiuto. Serve quello di tutti. Ci auguriamo, però, che sia una ricostruzione mirata, intelligente, rispettosa dell'economia locale. I costi di trasporto e distribuzione, come già accaduto in passato, non devono essere più alti dei prodotti che arrivano. Ciò mortificherebbe anche l’industria locale.



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