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Padre Renato, missionario in Giappone

Sono i benvenuti nella casa costruita apposta per accoglierli. Li chiamiamo “tremesini”. Sono missionari saveriani e sorelle saveriane, arrivati direttamente dalle missioni per un corso di aggiornamento che dura tre mesi.

Quest’anno, sono tutti giovani, se giovani si è ancora a quarant’anni. Mai vista tanta gioventù in casa nostra! Sono tre italiani, un congolese, quattro spagnoli, tre saveriane di cui due brasiliane e una italiana; gli altri dieci sono messicani.  Esercitano la loro attività missionaria in Giappone, Bangladesh, Indonesia, Filippine, Congo, Camerun e Ciad, Sierra Leone, Messico e Brasile.

Insomma, un bel gruppo internazionale di missionari per il mondo intero. Ringraziamo Dio. Ho approfittato per intervistarne uno, padre Renato Filippini, missionario bresciano in Giappone.

Il popolo giapponese è religioso?

È un popolo con uno spiccato senso religioso, che non si basa su dogmi, ma si manifesta nella vita quotidiana. Segni di religiosità sono i Jizo, statuette in pietra di divinità che tutelano i bambini e i viaggiatori. Nelle case private non manca l’altare di famiglia dove sono custodite le ceneri degli antenati e dove vengono bruciati bastoncini d’incenso: è il loro modo di pregare e di esprimere la loro devozione.

I giapponesi celebrano con riti religiosi anche le varie tappe della vita come la nascita, le età della crescita, il  matrimonio, l’anzianità. Nelle ricorrenze dei defunti si recano al tempio buddhista o al santuario scintoista per una benedizione.

E i giovani come si comportano?

Anche in Giappone il disinteresse dei giovani verso la religione è forte. Le ricorrenze delle tappe della vita sono considerate superate, inutili o semplici ricorrenze sociali. C’è un’espressione che rivela la mentalità religiosa popolare: “il giapponese alla nascita va al santuario scintoista, si sposa nella chiesa cristiana e fa il funerale al tempio buddhista.”

Come trascorrono la domenica i giapponesi?

La domenica in Giappone non è il giorno del Signore. La domenica è giorno di vacanza, ma vengono organizzati tutti gli eventi sociali della scuola, dell’azienda, del quartiere. È difficile per i cristiani partecipare alla Messa. I cattolici sono pochissimi e dispersi su un vasto territorio.

A volte, soltanto la mamma di famiglia è cattolica e deve essere accompagnata in macchina fino alla chiesa, che magari è lontana anche cinquanta chilometri. In Giappone ho capito che cosa vuol dire appartenere a una minoranza che pratica una religione da tanti considerata straniera alla cultura locale.

Come missionario cosa fai?

Sono missionario e la mia presenza in Giappone è motivata dall’annuncio del vangelo. Il primo incontro con qualsiasi persona è molto importante. Per questo non rifiuto nessuna occasione di incontro o di dialogo: frequento l’università, studio la cultura giapponese, medito in compagna di un bonzo, gioco in una squadra di calcetto, vado al karaoke con i giovani.

Durante il periodo natalizio, invitato in scuole cattoliche, presento un aspetto del cristianesimo agli studenti che al 99 per cento non sono cristiani. Tutte queste sono per me occasioni di primo annuncio del vangelo. Sono semi che daranno il loro frutto, quando Dio vorrà. I frutti sono nelle mani del buon Dio.



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