I martiri missionari sardi, L’urgenza di testimoniare il vangelo
Don Antonio Onnis, responsabile del centro missionario di Cagliari, mi ha chiesto una sera di parlare dei martiri missionari sardi. La richiesta mi ha sorpreso ma poi, informandomi, ho visto che la chiesa sarda nella sua storia ha avuto vari martiri missionari: il gesuita p. Giovanni Solinas di Oliena, ucciso nel 1683 in Argentina; il cappuccino fra Tommaso da Calangianus, martirizzato a Damasco nel 1840; il francescano mons. Sotgiu Giovanni di Norbello, ucciso dai briganti in Cina nel 1930.
La fine del colonialismo
La storia della chiesa, nel suo consolidarsi in tante parti del mondo, è segnata dalla vita di santi, martiri, missionari, filantropi ed etnologi. Il beato Guido Conforti, fondatore dei saveriani, diceva che "se non si vive la forma del martirio cruento, si vive quello incruento del sacrificio quotidiano".
Il secolo scorso ha segnato la storia dell'umanità e della chiesa, con tragedie belliche e avvenimenti positivi, come la fine del colonialismo, anche se poi si è imposto in altre forme. Purtroppo, la conquista della libertà e dell'indipendenza per vari popoli non è coincisa con la presa di coscienza dei valori culturali della convivenza pacifica. La convivenza pacifica in un mondo con forti disparità economiche e culturali tra nord e sud, est e ovest è rimasta una questione problematica.
Gli istituti missionari
La ripresa missionaria moderna è dovuta agli istituti missionari e agli ordini antichi, che hanno ritrovato slancio grazie alla loro scelta per le missioni estere. Gli istituti missionari hanno continuato la spiritualità missionaria di san Paolo, con l'obiettivo di annunciare Cristo alle genti e fondare la chiesa dove ancora non esiste.
Il primo istituto missionario maschile in Sardegna è stato l'istituto dei saveriani di Parma, nel 1947, a Tortolì. Poi sono arrivati i missionari del Pime a Sassari nel 1951, e i missionari della Consolata a Olbia nel 1959. Gli istituti missionari femminili sono arrivati con le saveriane a Oristano nel 1985, e le suore del Pime a Sassari nel 2003. Così, negli ultimi decenni del novecento, la Sardegna ha avuto almeno tre missionari martiri appartenenti a tre istituti missionari: il comboniano Silvio Serri, il saveriano Salvatore Deiana, il missionario del Pime Salvatore Carzedda.
Padre Serri in Uganda
Padre Silvio Serri di Ussana è stato ucciso in Uganda nel 1979, durante la guerra che ha rovesciato il regime di Amin. Il pericolo di vita era continuo. Negli ultimi anni, p. Silvio era rimasto in missione da solo, ma aveva insistito per tornare a Obongi: non voleva abbandonare la comunità cristiana.
La sera dell'11 settembre, gli si presenta un soldato armato che gli intima di dargli la benzina. Il missionario si fa portare le chiavi del magazzino. Un barile è caricato a fatica sulla vettura, ma non essendo bene assicurato, cade dall'auto dopo pochi metri di corsa. A questo punto dalla chiesa sopraggiunge il sagrestano. Il soldato gli spara due colpi alle gambe; poi spara un colpo su p. Silvio, ferendolo mortalmente.
Padre Carzedda nelle Filippine
Padre Salvatore Carzedda di Bitti è stato ucciso nelle Filippine nel 1992. Dal 1983, nell'isola di Mindanao voleva realizzare il suo sogno: fondare un movimento di dialogo tra cristiani e islamici chiamato "silsilah - catena". Si trattava di un gruppo di musulmani e cristiani che s'incontrano per approfondire un cammino di fede e fraternità attraverso la preghiera, la riflessione e i gesti di solidarietà.
"Noi continuiamo a proclamare la speranza - scrive p. Salvatore nel 1991 - convinti che la trasformazione nostra e del mondo non sia l'effetto immediato di una decisione o di un evento storico, ma l'impegno di tutti i giorni per la vita". Proprio per questo suo continuo impegno per la vita attraverso il dialogo e il confronto, il 20 maggio del 1992 è vittima di un attentato da parte di chi, di fronte ai grandi valori, sa rispondere solo con la violenza.
Padre Deiana, martire in Brasile
Il saveriano p. Salvatore Deiana di Ardauli è morto in Brasile nel 1987. "Ha fatto il missionario con il piede sull'acceleratore", hanno scritto di lui. Ed è morto su un'automobile, mentre correva dai poveri. Padre Tore, come era chiamato, aveva fretta di amare, di fare, di testimoniare il vangelo. A trent'anni era parroco e rettore.
Scriveva nella sua ultima lettera: "Sono passati quattro anni da quando sono partito e molte cose sono cambiate... Bisognerebbe provare cosa significa viaggiare ore e ore in barca e in macchina, su strade che non esistono, e trovare una comunità che aspetta l'incontro o la celebrazione. Nei primi tempi ho lavorato con gli indio in mezzo alle foreste e ai fiumi; poi sono passato alla vita parrocchiale nella periferia della città e alla guida del seminario, dove seguo undici giovani".
Quel 16 ottobre 1987 a Brasil Novo, 46 chilometri da Altamira, lungo la Transamazzonica, un gruppo di contadini protestava davanti a una sede governativa. Il vescovo dello Xingu, mons. Erwin Krautler, decide di andare a dir Messa tra loro. Si porta dietro anche padre Tore. Partono in quattro e alla guida c'è il vescovo.
Al chilometro 23 c'è una salita. La macchina incrocia un pulmino in una nuvola di polvere. Dietro, un camion cerca di sorpassare e si trova di fronte l'auto: scontro frontale violento. Tore ha la testa appoggiata sul cruscotto, come se dormisse. Rimane un dubbio: incidente o attentato al vescovo scomodo? Mons. Erwin parla di "incidente premeditato", ma non c'è mai stata alcuna inchiesta.







