Felice per creare un’umanità felice, in Bangladesh
Padre Domenico Pietanza
Nella serie di testimonianze di missionari pugliesi, è di turno, atteso, uno che proprio a Taranto deve la sua vocazione missionari a; e dei Saveriani a Taranto fu la prima pietra. È p. Domenico; egli stesso ci narra "i suoi giorni, le sue opere e la sua "filosofia"".
La vocazione
Sono nato a Mola di Bari, un bellissimo paese sul mare. Terminate le Medie, andai nel seminario regionale di Taranto. Ebbi la fortuna di trovarvi educatori eccezionali, a cui debbo tanta riconoscenza. Non solo si studiava e giocava al pallone, ma con dibattiti, conferenze, testimonianze, si seguivano i problemi scottanti del tempo: lotta sociale, disoccupazione, sottosviluppo, Terzo Mondo.
Con queste idee volli partecipare ad un Campo di lavoro organizzato dai Saveriani di Desio (MI). Era la prima volta che uscivo dalla Puglia, da solo, con tanti timori, verso un mondo diverso. Il Terzo Mondo e l'attività missionaria della Chiesa mi affascinarono, tanto che alla fine della 3a Liceo non avevo più dubbi sulla mia vocazione.
Missionario a Taranto
Il 23 settembre 1979 fui ordinato sacerdote e il 1 luglio 1980 fui destinato a Taranto. Venni con due gloriosi missionari: p. Bruno Boschetti, reduce dall'Indonesia, e p. Tonino Manzotti dal Congo. Eravamo la prima comunità Saveriana per l'animazione missionaria in questa città. Abitavamo al 4 ° piano di Via Mazzini: non arrivava neppure l'acqua. Furono quattro anni di intenso lavoro, con continua visita a parrocchie, scuole, gruppi di ogni genere.
Conobbi tanti sacerdoti, persone e soprattutto tanti giovani; con alcuni continua ancora una profonda amicizia fondata sull'ideale missionario.
Missionario in Bangladesh
Al termine del mio mandato, ottenni di partire per il Bangladesh. Dopo un anno a Londra per lo studio dell'inglese, ne1l’ottobre dell'85 ricevetti il crocifisso da mons. Padovano, vescovo ausiliare a Bari, e partii per la missione. Trascorso l'anno per lo studio del bengalese, mi assegnarono la direzione della scuola elementare e media di Bhabarpara. Davo pure lezioni di religione cristiana a tutti gli allievi. Come missionario non ero soddisfatto e perciò sfruttavo gli intervalli delle lezioni, intanto che si sorbiva la tazza di the, per scambiare pareri su argomenti religiosi con i professori, in maggioranza mussulmani.
Tra i ragazzi, aiutato da una suora e da un giovane, durante le vacanze organizzavo corsi sui valori umani per aver modo di presentare l'etica cristiana e parlare di Gesù. L'idea non piacque ai genitori non cristiani, ma la soddisfazione degli stessi figli li convinse della bontà dell'iniziativa. Dopo tre anni il vescovo trovò una suora per sostituirmi nella scuola e mi destinò a Khulna, come vice-parroco. Era una parrocchia vastissima, ma senza una chiesa e i locali per il catechismo, suddivisa in nove centri.
Solo poche persone venivano in chiesa; alcuni non sapevano neppure il Padre Nostro. Le famiglie andavano e venivano in continua ricerca di lavoro. Anche questi furono anni preziosi per conosce re la realtà sociale e religiosa, in presa diretta con la popolazione di una grande città.
Parroco a Jessore e poi a St. Mary
Nel '90 mi fu chiesto di fare il parroco a Jessore. La parrocchia non era grande, ed io ero solo. C'era pure un Centro per il dialogo interreligioso. Sul piano sanitario c'era il Fatima Hospital, gestito da medici Saveriani, famoso nella zona; la gente arrivava da molto lontano, certa di essere trattata bene e a buon prezzo. Vi passai solo due anni e riuscii a creare gruppi e poi ad amalgamarli: cosa non facile in una società fondata sulla cultura delle caste.
Dopo soli due anni mi fu richiesto di passare alla St.Mary's a Khulna. La conoscevo per esserci stato come vice-parroco, e così potei mettermi subito al lavoro. Una società mussulmana e per di più secolarizzata. Non trovai di meglio che servirmi della gente e dei giovani per evangelizzare loro stessi, divisi in tanti piccoli gruppi che si radunavano per pregare, per la catechesi, educarsi ai valori cristiani: piccole manciate di lievito per fermentare la grande massa: qualcosa di più della semplice messa domenicale cominciò presto a vedersi.
Rimpatrio e ritorno
Due anni fa non stavo bene e il medico mi obbligò a riposarmi. Rimpatriai, approfittando per rimettermi fisicamente e spiritualmente. Ottenni di passare un anno a Gerusalemme per conoscere da vicino la religione ebraica, la liturgia, le feste: è stato un anno bellissimo per la tanta gioia datami dalla conoscenza della religione praticata da Gesù, da Maria, dagli Apostoli. Una volta ristabilito, il 10 ottobre ripartirò felice per il mio Bangladesh.
Una domanda debbo fartela. La tua storia è interessante, ma dai tuoi occhi, dalla tua voce traspare qualcosa ancora più interessante: che "filosofia" c'è sotto, se non sono indiscreto?
Volentieri, se anche questo serve per la gloria di Dio e il bene delle anime. Fin dal liceo a Taranto mi sentivo preso dai problemi della gente. Tutti cercano di essere felici. Ma che cosa è la felicità, e come raggiungerla? Ho cercato di rispondere leggendo libri, incontrando persone, pregando, esaminando me stesso. La mia vocazione missionaria è nata proprio in questa ricerca, quando ho scoperto che la vita di Gesù, la sua parola, il suo esempio potevano essere di guida alla mia vita personale.
Con Lui potevo raggiungere la felicità e la vera pace, anche nell'affrontare i normali problemi giovanili. Il passaggio dalla felicità all'impegnare la mia vita perché altri siano felici è stato facile e spontaneo. Sì, perché se solo Gesù può far felice me, solo Lui può far felici anche gli altri, tutti, solo riuscendo a conoscerlo. Questa convinzione mi ha ispirato a partire e me ne ha dato la forza. Posso confidarti che mi ha tanto sostenuto ovunque e sempre: a Taranto, a Bhabarpara, a Jessore, a Khulna.








