Due paesi islamici: L'impatto con il Bangladesh
Sono arrivato in Bangladesh all'inizio del 1992. L'impatto è stato tremendo; non mi aspettavo una realtà del genere: povertà, mendicanti, traffico, confusione, bambini da tutte le parti, case fatiscenti... Adesso il Bangladesh non è più quello di venti anni fa; è migliorato. Ma allora...
Dopo lo studio della lingua bengalese, il mio primo incarico è stato a Bhoborpara, nella zona settentrionale della diocesi di Khulna. La particolarità di questa parrocchia è che i cristiani sono discendenti dei convertiti dall'islam, circa 150 anni fa. È l'unico caso in Bangladesh. Ho cercato di capire il mondo in cui ero e facevo quello che i confratelli mi dicevano di fare, senza prendere decisioni in prima persona.
Il mio cuore è sempre con i "rishi"
Dall'anno 2000 ho lavorato con la popolazione rishi, i cosiddetti fuoricasta, dediti alla lavorazione della pelle e marchiati con il segno dell'intoccabilità. Una situazione che non dovrebbe più esistere per legge, ma che continua a perdurare nella tradizione e nella mentalità della gente, soprattutto in ambito rurale.
Ho trascorso sei anni a Chuknagar: una presenza nuova per i saveriani, a stretto contatto con il mondo hindu, completamente non cristiano. Il campo di lavoro era la formazione: portavamo avanti una dozzina di piccole scuole nei villaggi rishi, seguendo lo studio dei ragazzi e la formazione dei loro genitori.
Da alcuni anni vivo e lavoro nella parrocchia di Borodol, la cui popolazione proviene dal gruppo dei fuoricasta, convertita al cristianesimo fin dal 1937 per opera dei gesuiti arrivati da Calcutta.
La dignità umana da ricostruire
Il fulcro del mio impegno è la dignità umana. Cerco di ricostruire una dignità umana che è stata rovinata in tanti secoli di discriminazione razziale di casta. I rishi e altri gruppi "intoccabili" sono considerati una "sottoforma" di esseri umani. E ciò ha provocato in loro complessi d'inferiorità, ferite psicologiche che devono essere sanate. Proprio a motivo di questo complesso, generalmente questa gente tende a nascondersi, non rivela la propria provenienza sociale e culturale.
La mia attività prevede di ridare dignità, partendo dall'affermazione positiva della propria identità, con orgoglio e senza paura. Oltre all'impegno di educare i ragazzi, con i giovani cerco di organizzare piccoli gruppi che abbiano una preparazione sufficiente per dialogare con le autorità locali e difendere la propria gente in caso di discriminazione.
È il primo passo per superare la memoria storica che hanno alle spalle. Dignità e identità: sono i due elementi su cui batto e che inserisco in tutte le salse...
E mi sembra sia un compito appropriato anche per un missionario, perché la stessa cosa ha fatto Gesù con noi.








