Don Peppino Carnevali, Un grande amico
Don Giuseppe Carnevali è morto novantenne a pochi giorni dall'ultimo Natale. È stato sepolto a Gussola, dove aveva vissuto e lavorato per oltre mezzo secolo, prima come parroco a Borgolieto per un decennio e poi nella parrocchia del paese. Al suo funerale ha partecipato una gran folla di sacerdoti, uomini, donne e ragazzi.
Dalla Russia a Gussola
Don Peppino era stato ordinato sacerdote da mons. Cazzani nel 1938 e inviato come vicario a Casalbellotto e poi a Santa Martina dell'Argine. Nel 1942 si era offerto come cappellano militare in un ospedale da campo a Cuneo, e più tardi aveva seguito le truppe italiane sul fronte russo, non certo per combattere, ma per condividere le fatiche e le sofferenze dei giovani soldati e per sostenere la loro fede. Al suo ritorno, era stato vicario a Gussola per una decina d'anni e poi parroco a Borgolieto, fino a quando la piccola parrocchia fu unita a quella più grande che egli guidò fino al 1992.
Qui era restato anche dopo le sue dimissioni per raggiunti limiti di età, nel piccolo appartamento che si era preparato all'ombra del campanile, davanti all'oratorio che egli stesso aveva rinnovato e allargato, accanto alla nuova canonica da lui fatta erigere e all'asilo monumento ai caduti in guerra, al quale fu sempre legato da grande affetto.
L'appuntamento dell'Epifania
La dedizione totale alla sua comunità gli ha guadagnato l'affetto del popolo, che non gli ha fatto mancare le generose risorse materiali, di cui fu oculato e fedele amministratore.
Don Peppino aveva un cuore grande e aperto. Sapeva guardare lontano, aiutando generosamente anche di tasca propria le missioni, i missionari e i sacerdoti diocesani. In particolare, era sempre stato vicino ai saveriani che aveva avuto compagni fin dal seminario diocesano. Lui stesso mi aveva confessato di aver avuto il desiderio di seguirli per andare missionario in Cina, ma l'opposizione dei genitori lo aveva dissuaso.
Ogni anno, per l'Epifania, don Peppino chiamava un missionario della comunità saveriana di Cremona a predicare in parrocchia per la giornata missionaria e a raccogliere offerte per l'infanzia missionaria, a cui immancabilmente aggiungeva molto di suo. Così, per merito suo, Gussola, che era chiamata “la piccola Russia”, diventava per noi missionari una “piccola America”.
La canonica come casa
Il vescovo mons. Lafranconi ha presieduto la Messa funebre. Nell'omelia ha sottolineato le virtù di don Peppino: la sua profonda umiltà, il suo grande zelo apostolico, il suo amore ardente per i poveri, la sua fedeltà. Infine, ha voluto leggere il suo testamento spirituale, come lo stesso don Peppino aveva espressamente chiesto. Lo pubblichiamo nel riquadro in basso.
Il maestro Giovanni Magni, in una lettera, ha ricordato un fatto accadutogli nei lontani anni quaranta. Era alla ricerca di un alloggio a Gussola dove insegnava, per non restare in strada con la famiglia.
Ebbene, per due anni, aveva trovato ospitalità nella canonica allora vuota di Borgolieto, proprio grazie a don Peppino. È stato un generoso gesto di carità cristiana. Del resto, tutta la vita di don Peppino è stata caratterizzata dalla generosità e da un'intensa e coerente attività pastorale, in circostanze spesso difficili tra contrasti, malintesi e incomprensioni. Il signor Magni ha aggiunto: “Don Peppino non ha mai voluto che si sapesse, ma ora avrei la spina del rimorso se non ne onorassi la memoria, con riconoscenza”.
Il testamento di don Peppino
Caro don Peppino, il Signore esaudisca il tuo ultimo desiderio, anzi la tua promessa, come hai scritto nel tuo testamento: di fare da lassù per il tuo popolo quello che non sei riuscito a fare quaggiù.
“Cari amici di Gussola, vogliatemi scusare se ancora una volta vi rivolgo la mia povera parola. Questa è veramente I'ultima.
Mi avete sopportato per tanti anni. Mi permetto di sperare che sappiate sopportarmi in questo estremo momento. Il giorno in cui avete voluto accogliermi tra voi con solennità, come vostro parroco, vi ho parlato enunciando una specie di programma. È giusto che vi parli nell'ora del commiato definitivo e dell'arrivederci.
Parlarvi per dirvi che cosa? Per chiedervi scusa se quel programma è rimasto un po' lettera vinta . Non attribuisco la colpa a nessuno, ma solo alla mia incapacità. E prima ancora, per chiedervi perdono dei cattivi esempi che vi ho dati, del bene fatto male o addirittura mancante, dei torti e dei dispiaceri che vi ho recati, delle attese e speranze che ho deluse.
Io chiedo il perdono a voi e lo chiedo al Signore, che indegnamente ho rappresentato in mezzo a voi per tanti anni. Mi affido alla sua paterna misericordia e mi affido alla vostra fraterna preghiera di suffragio. Sono morto con un unico e profondo rammarico: quello di non aver saputo strappare tanti alla loro indifferenza religiosa e di non aver saputo impedire l'allontanamento dalla pratica cristiana.
Il mio spirito continua la sua sopravvivenza nei cieli eterni, perché sappiatelo, io credo nella continuazione della vita oltre le frontiere della morte. Ed è là che vi attendo tutti. Per questo vi ho parlato di arrivederci .
Quello che non ho fatto per voi quaggiù, per la vostra salvezza, lo farò, ve lo prometto, nell'ora in cui non si può mentire, lassù, con l'amore e il calore che la materialità dell'essere terreno spesso non consente o rallenta”.








