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Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia è il titolo del documento con cui i vescovi italiani tracciano alle loro Chiese gli orientamenti pastorali per i prossimi dieci anni. La comunicazione è uno dei grandi temi del nostro tempo. Non esiste se non ciò che si comunica. Ma nelle dinamiche della comunicazione o entra il Vangelo, come messaggio centrale, o tutto diventa vuoto.

Il "grande fratello" è la comunicazione senza Vangelo, quindi senza gioia, senza libertà, senza speranza, senza neppure un senso.

Del mondo di oggi si dice che cambia: non si registra solo un dato di fatto, ma si coglie un’attesa. C’è desiderio di cambiamento, c’è sete di futuro. A questo desiderio, a questa sete il Vangelo può e deve essere offerto come la vera novità, come l’acqua che zampilla nell’oggi di Dio. Le riviste missionarie, voci per la Chiesa italiana in un’immensa umanità ai margini del Vangelo ma al centro del cuore di Dio, con che animo leggono questi orientamenti e quale specifico contributo possono dare a questo cammino?

Una risposta più approfondita potrà venire dal Forum che gli Istituti missionari hanno programmato per il febbraio 2002: "Insieme prendere il largo", e che si ispira alla Lettera apostolica del Papa Novo millennio ineunte. Ma un primo sentimento ci sembra di poter manifestare ed è un sentimento di gioia per il fatto che la Conferenza dei vescovi italiani imbocca decisamente le vie della missione.

La conversione pastorale programmata al Convegno di Palermo porta a questa conclusione: non si può vivere il Vangelo senza comunicarlo.

Nel documento della CEI si parla di due livelli di comunità: il livello eucaristico, formato dai cristiani che partecipano alla Messa domenicale, e il livello battesimale, formato da quei battezzati che con la Chiesa hanno rapporti sporadici (in occasioni particolari della vita) e che rischiano perfino di dimenticare il loro battesimo e di cadere nell’incredulità.

La prima comunicazione di Vangelo deve avvenire fra questi due livelli: i cristiani "che vanno a Messa" devono "comunicare il Vangelo" ai loro fratelli che ne conservano solo deboli tracce.

È la prima "uscita" che i vescovi chiedono, si potrebbe dire il "primo cerchio" della missione. Che non può però fermarsi qui: "Se questi due livelli saranno assunti seriamente e responsabilmente, saremo aiutati ad allargare il nostro sguardo a quanti hanno aderito ad altre religioni e ai non battezzati presenti nelle nostre terre. Anche la vera e propria missione ad gentes, già indicata come paradigma dell’evangelizzazione, riprenderà vigore e il suo significato diventerà pienamente intelligibile nelle nostre comunità ecclesiali".

E proprio qui si colloca il compito di quella porzione specificamente missionaria della Chiesa italiana rappresentata dalle nostre riviste: ricordare e far comprendere che mandare missionari (uomini e donne, religiosi, preti e laici, singoli e famiglie) e accompagnarli fra i popoli e i poveri della terra è compito di ogni comunità cristiana, di ogni parrocchia; se questo compito non è assolto o è assolto in modo evanescente, mancano anche i modelli e le vie per la missione sul territorio.

La missione sul territorio è sempre, in qualche modo, una missione di ritorno.

A comprendere meglio e ad attuare gli orientamenti pastorali dei nostri vescovi ci aiutino, con la loro intercessione, i grandi missionari che diedero al loro amore per la Chiesa un orizzonte senza frontiere: uno per tutti, Guido Maria Conforti, che il card.Angelo Roncalli, futuro Giovanni XXIII, ebbe a definire: "Vescovo di Parma e missionario per tutto il mondo".



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