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Dedicato ai seminatori di speranza: p. Spiga, suor Filomena

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Siamo già in primavera e ci siamo messi alle spalle le giornate gelide e nevose. Il sole è tiepido e la terra sorride nel suo verde mantello. È arrivata anche Pasqua, la festa del Signore Risorto, che porta a tutti gli uomini la speranza della vittoria finale sul male e sulla morte, la speranza della resurrezione e della vita eterna.

Lavoro, fede e aiuto divino

È proprio in questo periodo che il mio pensiero vola spesso a Bagachara, in Bangladesh, nel distretto di Jessore, dove lavora da circa 40 anni p. Gabriele Spiga, saveriano di Quartu S. Elena in Sardegna, 67 anni compiuti a marzo. A 17 anni è diventato missionario e sacerdote a 25. La sua prima esperienza è stata nella missione di Satkhira e nell'orfanotrofio "S. Andrea Apostolo", dove anch'io avevo lavorato per due anni con tanta gioia, prima di essere costretto a lasciare la missione a causa di un infarto.

Dopo pochi anni trascorsi a Satkhira, p. Gabriele ha scoperto la sua vera vocazione: riunire in una stessa casa gli handicappati per alcuni anni di formazione. Lo scopo era insegnare loro qualche mestiere, strappandoli alla strada dove erano costretti a vivere elemosinando, e ridando loro la speranza e la gioia di una nuova vita. Era importante riuscire a inserirli nella società e nella famiglia, degni di onore e rispetto da parte di tutti.

Padre Gabriele è riuscito pienamente nel suo intento e anche oggi porta avanti il suo ideale con grande determinazione, attraverso un lavoro costante, un'attività multiforme e incessante, e soprattutto con una speranza che oso chiamare divina, perché è nata e viene alimentata dall'Alto.

La commozione della preghiera

Nel gennaio del 2005, dopo 40 anni, sono potuto tornare in Bangladesh e vedere per una decina di giorni la prodigiosa, e tuttavia semplice, attività di p. Gabriele. Il suo lavoro s'interrompe soltanto per dare spazio alla preghiera in una minuscola cappella di tre metri quadrati, dove celebra Messa seduto davanti a un altarino alto mezzo metro e largo meno di uno. Anche il tabernacolo è così piccino che ci sta dentro solo una piccola pisside con alcune Ostie consacrate.

In quel modesto ambiente, che pare più stretto della capanna di Betlemme, ci stanno solo cinque o sei persone. Eppure, mi sentivo profondamente sconvolto e commosso, come se fossi davanti alla culla di Gesù Bambino. Credo di non aver mai pregato così bene in nessun'altra chiesa del mondo, fosse pure la cattedrale di Cremona, la basilica di Caravaggio o di Fontanellato.

La domenica siamo andati con la vecchia Jeep, che sembra un residuato bellico, fino a Rogonnathpur, il villaggio cristiano di suor Filomena, la suora "leggendaria" di origine sarda scappata di casa a 20 anni, e da 50 anni missionaria in Bangladesh. Suor Filo insegna alle donne a non vivere come schiave e a guadagnare qualcosa, facendo delle stupende cartoline ricamate a mano.

Per una vita... normale

Davvero "la speranza non delude", dice S. Paolo. E i frutti non sono stati pochi, anche se le fatiche di p. Gabri e suor Filo sono state tantissime; e altrettante le delusioni, le sofferenze d'ogni genere, come l'ostilità di alcuni fanatici o, peggio ancora, il suicidio di un ospite di nome Ràgia, paraplegico inguaribile e gravemente depresso.

Padre Gabri non ha mai perduto la speranza, neppure di un grammo. Si è dedicato ancor più a ogni mestiere, secondo le necessità: muratore, falegname, meccanico, elettricista, idraulico, geometra, sarto, pittore. Così, la casa è diventata un villaggio, un insieme di piccole abitazioni indipendenti, in cui vivono i disabili hindu e islamici nel rispetto reciproco e in dialogo fraterno.

Dopo alcuni anni, i disabili che hanno appreso un mestiere possono tornare ai loro paesi e inserirsi nella società, perfino sposarsi, avere figli e vivere una vita... normale.

Davvero la speranza non è mai vana!



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