Conoscere e fare il bene
LA PAROLA
Nessuno accende una lampada e poi la mette in un luogo nascosto o sotto il moggio, ma sul candelabro, perché chi entra veda la luce. La lampada del corpo è il tuo occhio. Quando il tuo occhio è semplice, anche tutto il tuo corpo è luminoso; ma se è cattivo, anche il tuo corpo è tenebroso. Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra. Se dunque il tuo corpo è tutto luminoso, senza avere alcuna parte nelle tenebre, sarà tutto nella luce, come quando la lampada ti illumina con il suo fulgore (Lc 11,33-36).
Il rapporto di Gesù con le folle, almeno in questo capitolo, non è stato idilliaco. Dapprima, l’hanno accusato di agire in nome di Beelzebúl, poi una donna anonima ha tessuto una lode troppo lusinghiera nei suoi confronti. Seguire gli umori del popolo è una tentazione da cui è arduo sfuggire. La folla, come Dostoevskij ricordava senza pietà nella Leggenda del Grande Inquisitore, ama essere attratta da segni prodigiosi, venire sfamata ed essere dominata da un’autorità che pensi al suo posto e gli eviti il rischio della libertà.
Gesù aveva già lottato contro questa seduzione nella lunga prova del deserto all’inizio dell’attività pubblica. Ma quella lotta in realtà non era mai cessata e si è ripresentata sotto altre spoglie nel corso della sua esistenza. Di fronte alle incomprensioni della gente nei suoi riguardi, Gesù ribadisce che ciò che conta è ascoltare la parola di Dio e metterla in pratica. È questo ciò che rende felice l’uomo, come proclama in poesia il Salmo 1, portale d’ingresso del Salterio: “Beato l’uomo che procede sulla via retta e non s’attarda nel sentiero degli stolti”.
Gesù non si presenta come un idolo da adorare, ma come cammino, Parola da seguire perché il regno di Dio diventi realtà sulla terra. La luce non serve per essere vista, ma per far vedere, per illuminare i nostri passi. Se si guarda direttamente una fonte luminosa si rimane abbagliati.
Questa verità vale anche per chi sta ascoltando Gesù, vale per noi. “Voi siete la luce del mondo”, per usare un’espressione cara a Matteo (5,14), non significa per il credente mettersi sul lucerniere o in cima a una montagna perché il mondo guardi lui, unico detentore della verità. La sua missione è molto più modesta ma non per questo meno impegnativa.
Per illuminare la realtà occorre avere lo sguardo giusto. Nell’antichità si pensava che gli occhi avessero il potere di proiettare la luce sulle cose e che ciò le rendesse visibili. Occorre, dice Gesù, avere negli occhi luce e non tenebre, altrimenti invece di illuminare si spargerà intorno il buio, cioè la menzogna, il male, la morte. Detto in termini più vicini a noi: se non siamo in grado di pensare in modo corretto, se non abbiamo le giuste categorie mentali, deformeremo a nostro piacimento la verità delle cose, delle persone, di Dio.
Gesù si è appena scontrato con le opinioni sbagliate che si è fatta di lui la gente, fino a ritenerlo un inviato del demonio. Chiamare male il bene e il bene male è avere gli occhi inondati di tenebre, è essere prigionieri di una mente ottusa e di un cuore sclerotizzato. Noi non possiediamo due cervelli: uno per le realtà celesti e l’altro per le realtà terrene. Se le nostre idee sono scorrette, scorretto sarà anche il nostro modo d’intendere la parola di Dio e, di conseguenza, il modo di metterla in pratica. Con l’immagine dell’occhio nella luce che illumina tutto il corpo, Gesù ci sta ricordando che la conversione religiosa passa prima attraverso la conversione dell’intelletto, perché per fare il bene bisogna prima conoscerlo.
Altrimenti, faremmo la fine di donna Prassede di manzoniana memoria: aveva poche idee e, tra queste, molte erano storte ed erano quelle a cui era più affezionata. S’impegnava con tutta sè stessa a fare la volontà del cielo, ma spesso confondeva il cielo col proprio cervello.







