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Come ''restare nella speranza'', Veglia

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Un carro trainato da buoi trasporta verso la piazza, tra gli scherni della gente, tre cristiani condannati a morte. Uno di loro intona l'inno allo Spirito Santo, "Veni Creator Spiritus". Una raffica di pallottole annienta i loro corpi, ma non gli ideali di giustizia.

Il 24 marzo nella chiesa di S. Pio X a Collemarino con i saveriani, i laici saveriani, don Roberto Peccetti e don Isidoro Lucconi, abbiamo ricordato nella meditazione e nella preghiera proprio i "testimoni" cristiani, i martiri, uomini e donne che hanno offerto la loro vita. Le chiese di Pakistan, India, Iraq... ci testimoniano con forza e coraggio come vivono la loro fede fino al sacrificio della propria vita. Il martirio oggi aiuta il cristianesimo a ritrovare la capacità di sollevare domande importanti.

Perché vegliare?

Vegliare è restare svegli con il corpo e con la fede. Gesù al Getsemani, nel momento più difficile della sua vita terrena, consapevole dell'imminente arresto, cominciò a provare tristezza e angoscia: "La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me".

Tutta la fragilità umana si esprime nelle sue preghiere: "Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!". Gesù vive le nostre difficoltà, le comprende così tanto che ci indica come affrontarle: "Lo spirito è pronto, ma la carne è debole. Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione" (Mt 26,36-46).

"Rimango al mio posto"

Durante la serata, il titolo della veglia - "Restare nella speranza" - ha assunto due significati. Prima, abbiamo visto alcuni spezzoni del film "Uomini di Dio", che racconta un avvenimento accaduto nel 1996 durante la guerra civile algerina nel monastero di Tiberin. Tra le montagne di Maghreb otto monaci trappisti francesi vivono, pregano, aiutano la popolazione musulmana dalla quale sono apprezzati. La violenza bussa anche alle porte dell'eremo nella notte di Natale, il paese è in preda all'odio. Tutti gli stranieri, e in primo luogo i religiosi, sono invitati a partire dal paese. I monaci devono decidere se restare o scappare. Scelgono di rimanere al proprio posto e affrontare il martirio.

Poi, abbiamo ascoltato la lettera dal Giappone di p. Daniele Sarzi Sartori, che ci ha fatto riflettere sull'essere cristiani là dove viviamo: "Mi trovavo a Tokyo al momento del terremoto. Tutta la gente era riversata per le strade, con fili e pali, pareti e colonne che sembravano diventati leggeri come piume al vento. Cerco di stare all'erta il più possibile, ma ora sento di dover restare fermo al mio posto ad accogliere qualche fratello in più del solito".

La speranza è la virtù per la quale aspettiamo con fiducia da Dio il soccorso della sua grazia in questa vita e la felicità eterna nell'altra. La paura non intacchi la nostra fiducia in Cristo.

Vino rosso e lenzuolo bianco

Poi, davanti all'altare sono stati posti una ciotola di vetro riempita di vino rosso e un lenzuolo bianco. Ci siamo bagnati le mani nel vino rosso, simbolo del sangue versato da Cristo e dai martiri, e le abbiamo asciugate nel lenzuolo bianco, affinché il sangue versato non vada dimenticato ma offerto per tutti e per sempre.

Grazie all'esempio dei martiri, la nostra fede tiepida si riscalda. Spesso non riusciamo a riconoscere il Signore negli avvenimenti della vita; anzi fuggiamo nei momenti di prova e sofferenza, credendo che ci abbia abbandonato. Non abbiamo il coraggio di essere poveri e semplici e nemmeno di metterci a servizio degli altri, di accogliere nelle nostre case e comunità i nuovi poveri di oggi, coloro che hanno perso il senso della vita, che non hanno un lavoro, che hanno perso tutto, o che si trovano da noi come in terra straniera.

Signore, perdona il nostro egoismo e rendici più accoglienti!



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