Chiamati alla missione: Anzi tutto, chiamati da Dio
Mi ha sempre affascinato Carlo de Foucauld, il giovane ufficiale francese che in modo paradossale scoprì la sua vocazione missionaria in contatto con la testimonianza di fede del mondo musulmano.
Durante una spedizione in Marocco, rimase colpito dal senso di Dio dei musulmani: "L'islam ha prodotto in me un turbamento profondo. La vista di questa fede, di queste persone che vivono alla continua presenza di Dio, mi ha fatto intuire qualcosa di più grande e di più vero delle occupazioni mondane".
Tornato a Parigi, un'altra esperienza completa il suo cammino vocazionale: l'accoglienza calorosa della famiglia, che non gli rimprovera il suo passato burrascoso, e il buon esempio della cugina Maria.
Nel centenario del suo arrivo nel deserto algerino, è uscito un libro-testimonianza a cura di René Voillaume, Conversione e vocazione di Charles de Foucauld (Bose 2002). Appare chiaramente che la conversione del giovane ufficiale francese, sebbene mediata da persone molto virtuose, si deve anzi tutto all'azione di Dio. Infatti, a proposito della cugina Maria, fratel Carlo scrive: "Ella ti aiutava, mio Dio, ma con il suo silenzio, la sua dolcezza, la sua bontà. Era trasparente: era buona e spandeva il suo profumo che attirava, ma non era lei ad agire… Tu mi avevi attirato alla virtù attraverso la bellezza di un'anima in cui la virtù era apparsa così bella da rapire irreparabilmente il mio cuore".
La vocazione è anzi tutto chiamata di Dio, anche se sempre aiutata da esperienze e da persone, che aprono davanti a noi un futuro magari diverso da quello che noi avremmo immaginato.
Solo rispondendo a questa chiamata divina, ognuno di noi trova pace e si realizza pienamente.
Così è successo a Carlo de Foucauld. Dopo una vita spensierata e lontana da ogni inquietudine religiosa, egli accetta finalmente di entrare nella "danza" della chiamata di Dio, per mostrare soprattutto ai musulmani il mistero di Gesù, il suo amore, la sua offerta di salvezza.
Fratel Carlo sente il Signore parlare in questo modo: "Andate a stabilire i vostri devoti rifugi in mezzo a coloro che mi ignorano; portatemi tra loro, per mezzo di un altare, un tabernacolo; e portate l'Evangelo non predicandolo con la bocca, ma con l'esempio; non con una proclamazione, ma vivendolo".
Se fratel Carlo non avesse risposto alla chiamata di Dio, avrebbe corso il rischio di "danzare" a vuoto tutta la vita e di vivere un'esistenza mancata.
Anche l'apostolo Pietro aveva corso più volte il rischio di uscire dalla "danza" del Signore, che lo aveva chiamato ad essere pescatore di uomini. Come il giorno in cui aveva deciso: "Io me ne vado a pescare". Delusione, nostalgia del passato? Ma poi ritornò in pista: "Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene".
Fratel Carlo e l'apostolo Pietro ci insegnano: solo nella misura in cui rispondiamo alla chiamata di Dio, noi possiamo "danzare" fino in fondo la nostra vita.
La vocazione non è, come spesso si sente dire, un'opzione tra molte scelte possibili, una "danza" tra le altre: è l'unica opportunità concessa alla nostra esistenza, la singolare "danza" che Dio ha riservato per noi. La vocazione è qualcosa di unico, di meraviglioso, che si identifica con la nostra stessa esistenza, come Simone si è identificato con Pietro, diventando cioè "pietra che danza" al ritmo di Dio.
Il cristiano è sempre un chiamato. Perciò è fuori luogo dire che si perde la vocazione. Una vocazione si può rifiutare e respingere, non perdere. Proprio per questo l'apostolo Paolo esorta ogni cristiano a considerare bene la propria chiamata (1 Cor 1,26).
E voi, cari giovani, avete considerato la vostra chiamata? A quale "danza" Dio vi sta chiamando?








