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Caro fratello vescovo di Torino, Mamma rom scrive a mons. Nosiglia

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Con data del 21 settembre 2012, l'arcivescovo mons. Nosiglia ha scritto una lettera pastorale dal titolo "Non stranieri, ma concittadini e familiari di Dio". Si rivolge ai rom e sinti, alle istituzioni politiche e civili, alle comunità cristiane, con tono fraterno e convincente. Dal campo nomadi di Coltano (Pisa), dove vive anche p. Agostino Rota Martir, una mamma prende carta e penna e risponde al "fratello vescovo".

Sono una giovane rom, mamma di 4 bambini. Ho avuto la sorpresa e la gioia di leggere la tua lettera indirizzata ai rom e sinti di Torino. Me l'ha fatta leggere un sacerdote che vive con noi, per sapere il mio parere. Le tue parole sono arrivate al mio cuore. E ho sentito il bisogno di risponderti, soprattutto per ringraziarti, perché sei riuscito a capire la nostra vita, fatta di cose belle e brutte.

Ricordo che anche il vescovo di Pisa due anni fa è venuto al nostro campo. È stato un bel momento di incontro e di ascolto reciproco. Ha anche benedetto i nostri tanti bambini e il mio terzo figlio, che in quel momento era l'ultimo nato del campo, partecipando a un momento di preghiera musulmana. Ha lasciato un bel ricordo tra noi rom.

Ti sei avvicinato a noi

Quello che tu ci dici, lo sento vero soprattutto perché tu ti sei avvicinato a noi, e questo è molto bello per me. Quasi ogni giorno invece mi capita di sentire giudizi forti su di noi, da gente che mai si è avvicinata alla mia vita. Oggi c'è anche gente che ci avvicina, ma rimane molto distante dalla nostra vita. È anche importante il "come" ci si avvicina alla vita dei rom.

Perché gli italiani non sentono il bisogno di conoscerci veramente, e invece preferiscono nascondersi dietro paura e sospetto? È vero, questo dipende anche da noi, ma credo che la diffidenza più grande viene proprio dagli italiani. Quindi mi è piaciuta tanto la tua lettera, quando inviti tutti a conoscersi meglio, vincendo diffidenze e sospetti.

Ti ringrazio, caro vescovo, perché sento che la tua lettera è il frutto di un incontro. Quando c'è l'incontro le persone imparano a conoscersi meglio, attraverso la fiducia. Non si può giudicare una persona senza prima conoscerla.

Noi rom sentiamo forte sulla nostra pelle questo giudizio della gente, che tante volte ci condanna senza aver commesso alcun peccato.

"È arrivata la zingara!"

L'altro giorno con i miei bambini sono andata in un parco. Mi ero seduta a un tavolo a guardare i miei bambini giocare; al tavolo accanto stavano dei giovani italiani. Subito uno ad alta voce invita la sua ragazza a spostare la borsa, perché era arrivata la zingara! Non ti dico le altre parole minacciose contro di noi. Ecco, lì mi sono sentita condannata senza aver nemmeno sfiorato l'idea di allungare la mano. Questo mi ha molto ferita dentro e ha rattristato quel momento di gioia che volevo vivere e dare ai miei figli.

È vero, non nascondo che non pochi rom rubano... Anche tu lo sai. Ma questo non ti ha impedito di conoscerci e stare in mezzo a noi per ascoltare la nostra vita e invitarci a non "perdere la fiducia".

Cambiare tocca a noi

Un'altra cosa mi sembra importante, anche se un po' difficile per me da spiegare. La gente non può pensare di voler cambiare a ogni costo il nostro essere rom: le nostre tradizioni, l'importanza che diamo alla famiglia, ai nostri figli, il nostro modo di voler stare e vivere insieme, di volerci sposare giovani anche per avere tanti figli... che per noi rom sono il nostro futuro e la nostra vera ricchezza.

Ecco, vorrei che chi ci frequenta impari ad accettare, comprendere e anche amare il nostro mondo, senza pretendere subito di cambiarlo, perché questo tocca a noi farlo. È importante rispettare i nostri tempi e i nostri modi.

Con queste parole, caro fratello vescovo, ti saluto e ti ringrazio ancora per quello che hai voluto dire con il cuore ai rom e anche ai gagè:

"Hacio e Devlesa - Rimani con Dio!". Una mamma rom di Pisa, felice dei suoi 4 figli.



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