Cammello, asinello e porcello
La missione felice di p. Sperindio Orlandini
Padre Orlandini al Muara di Padang, il porto fluviale, da dove salpava per le isole Mentawai la navetta della missione, la Santa Maria; spesso egli accompagnava i confratelli che partivano, dando loro la benedizione e i doni da portare ai villaggi sperduti di quelle isole
Il primo gruppo di saveriani che partì per la missione nel 1946 comprendeva p. Sguazzi, p. Toscano, p. Chiarel e p. Orlandini. Destinazione: Cina. Porto di imbarco: Taranto. Si andava ancora via nave e per i saveriani l’unica meta rimaneva sempre e solo la Cina. Padre Sperindio conservava gelosamente tra le sue carte, come un cimelio, un foglietto spiegazzato e sgualcito della rivista saveriana “Le Missioni Illustrate”, datato aprile 1946, che raccontava la cronaca della loro partenza.
Prima la Cina e poi l’Indonesia
I ricordi e gli stenti della guerra avrebbero fatto perdere subito l’entusiasmo della partenza. Anche la Cina riservava ai missionari, appena arrivati, anni di sofferenze, di persecuzioni e di detenzione. Non fu lunga la permanenza di p. Sperindio nel paese asiatico. Nel 1953 fu espulso dal governo di Mao, insieme a tutti gli altri missionari stranieri.
Così, p. Orlandini tornò in Italia e riprese la cura dei parrocchiani al Sacro Cuore di Parma, che gli hanno voluto sempre bene e lo hanno stimato per le sue doti di affabilità e per la sua calda amicizia. Ma la missione non poteva troncare un’esperienza appena cominciata e non realizzata appieno.
La missione interrotta in Cina continuava in Indonesia. Dal 1962 al 1970 p. Orlandini parte di nuovo, questa volta verso il grande arcipelago indonesiano, per raggiungere altri saveriani, che, uscendo dalla Cina, si erano diretti a Sumatra. In Indonesia, soprattutto nelle grandi città, vivono ancora oggi milioni di cinesi immigrati nel corso dei secoli.
Questi cinesi erano nati in un ambiente e in un contesto molto diverso dalla loro origine, ma avevano conservato intatte le loro tradizioni, i loro costumi, la loro religione familiare e persino la loro lingua, nonostante tre secoli di emigrazione alle spalle.
Teneva tutti in riga!
Padre Orlandini lavorava in città, a Padang, in una cristianità a grande maggioranza di discendenza cinese. Andava a trovare i cristiani nelle famiglie, insegnava il catechismo ai bambini e la religione nelle scuole; soprattutto animava le celebrazioni liturgiche.
Era nato con il diploma da… cerimoniere! Gli piaceva tanto l’ordine e la pulizia nella chiesa, la proprietà nello svolgimento dei riti. Nelle celebrazioni, specialmente in quelle solenni, tutto era preparato per tempo.
I bambini dovevano fare diverse ore di prove per imparare a stare in… riga. Tutti dipendevano da un suo cenno; tutti gli occhi dovevano essere rivolti a lui. Guai a distrarsi! Anche il vescovo gli obbediva senza battere ciglio e la gente lo seguiva.
“Ho imitato tre animali…”
Faceva amare la liturgia con un metodo che diventava preghiera e riflessione. Egli conservò questo senso del sacro per tutta la vita. La Cina come missione, la liturgia come unione con Dio. Sono i due pilastri che hanno caratterizzato tutta la lunga vita ultraottantenne di p. Orlandini.
Scriveva: “Ho cercato di seguire i consigli che mi hanno dato alla vigilia della mia partenza per la Cina: avere le ginocchia da cammello (cioè, una preghiera umile e costante), le spalle da somarello (cioè, operare con semplicità anche nei lavori più pesanti, in obbedienza a Dio) e avere la bocca del porcello (cioè, adattarsi a tutti i cibi e alle difficoltà di una nuova vita)”.
Non viveva di ricordi, ma di certezze. Quelle che in Dio trasformano la storia terrena di un uomo nell’anelito della speranza futura.








