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Bilancio di un seminarista recidivo...

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Spesso, si sente parlare di missione in termini di impegno pastorale, di lavoro con poveri e bisognosi. Si parla di inserimento in un nuovo ambiente culturale, di inculturazione, di studio della lingua... Eppure, c'è un altro tipo di servizio missionario a cui mi sono dedicato per quasi 18 anni e che è meno conosciuto: quello di formatore di missionari. 

Ho iniziato questa esperienza in Indonesia, dopo aver lavorato in una parrocchia nelle isole Mentawai. Si trattava di una comunità di filosofia con tanti studenti indonesiani. Attraverso gli studi teologici e il loro cammino formativo, si preparavano a diventare missionari, aperti a vivere insieme agli altri e desiderosi di proporre il Vangelo a chi ancora non conosceva Gesù fuori dal proprio Paese di origine. Questa esperienza si è ripetuta nel 2017, quando mi è stato chiesto di lasciare l’Indonesia per diventare rettore della Facoltà di teologia di Manila, nelle Filippine. Si trattava di proseguire il lavoro svolto in precedenza, ma con la responsabilità di accompagnare i nostri studenti che si apprestavano a compiere i passi definitivi verso la professione perpetua e l’ordinazione diaconale e presbiterale. 

Inutile dire che pochi sono contenti di diventare formatori. Il lavoro pastorale, “stare con la gente”, fare qualcosa di concreto per gli altri, sono i normali aspetti interessanti della missione. Eppure, strano ma vero, posso affermare che anche il ruolo di formatore è stato gratificante e persino piacevole.
Essere formatori significa accompagnare i giovani che si sono appassionati alla missione in un percorso umano e spirituale che rafforza la loro motivazione e affina i loro obiettivi. Si cammina al fianco dello studente in formazione, lo si ascolta e consiglia, talvolta correggendolo. 

Ma, soprattutto, si osserva con stupore il lavoro che Dio compie nell’anima della persona, quando questa si apre all’azione della grazia e la lascia agire nel suo cuore. Si notano cambiamenti interessanti. Persone incapaci di lasciarsi alle spalle la propria cultura di origine che iniziano ad apprezzare il popolo che le accoglie. Giovani che avevano un’immagine distorta di Dio e che iniziano a percepire il suo amore di Padre misericordioso. Altri, che facevano fatica ad avvicinare i fedeli di religioni diverse, che si appassionano all’incontro con il mondo musulmano. E persone che semplicemente non sapevano pregare e che iniziano a capire quanto sia importante il rapporto con Gesù.

C’è poi anche una dimensione apostolica interessante nella vita di un seminario. Grazie ai tanti giovani, è possibile organizzare giornate di animazione missionaria, incontri di dialogo interreligioso e attività con le nuove generazioni. Non mancano neanche feste e attività che permettono di scoprire i più svariati talenti presenti in comunità, dalla musica all’arte. Inoltre, vivere con i giovani, condividere la vita, i mestieri, lo sport e la possibilità di discutere con loro di tematiche importanti, di condividere sogni missionari e di immaginare il futuro della missione e della Chiesa, è un'esperienza preziosa.

Ho apprezzato molto il dono dei Saveriani, i superiori che ci hanno sostenuto e i colleghi con cui ho condiviso il compito della formazione in team. Mi hanno sempre aiutato a crescere come persona e come cristiano, sia in Indonesia che nelle Filippine. Ritrovarsi per condividere la responsabilità della formazione è stata un’esperienza di fraternità, prima di tutto, e poi di affrontare i problemi e le sfide formative. Questi team di lavoro si sono rivelati delle vere e proprie palestre per crescere in spiritualità e comunione.

Dopo quasi 18 anni “chiuso” in un seminario, il bilancio è positivo. Non sono mancate le sfide e i momenti difficili, ma i doni ricevuti sono stati più grandi delle fatiche affrontate. È bene non sentirsi all'altezza di questo delicato compito. Affermare il contrario sarebbe pura arroganza. Ma se a qualcuno dovesse capitare di ricevere questo incarico, suggerirei di accoglierlo con apertura. La missione è bella anche nella formazione. E la missione potrà proseguire solo se, in futuro, la formazione continuerà a preparare nuovi missionari.



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