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Cinque anni di intensa esperienza

Padre Daniele è conosciuto in Puglia. È stato animatore missionario e vocazionale a Taranto, dal 1991 al 1999. I frutti non sono mancati. Alcuni giovani si sono consacrati alla vita sacerdotale e religiosa. Uno di loro è p. Giovanni D’Elia, saveriano di Taranto e attualmente è missionario in Giappone.

Tornato in Italia alla fine dello scorso anno per un periodo di riposo, padre Daniele è venuto anche a Taranto per salutare gli amici.

Ne abbiamo approfittato per chiedergli alcune notizie sui suoi primi anni di lavoro missionario in Bangladesh.

L’impatto con il Bangladesh non è stato facile. Ricordo ancora quel 15 febbraio del 2001, quando da Roma sono partito in macchina verso l’aeroporto, accompagnato da padre Eduardo Garçia.

Ascoltavo da lui le tante raccomandazioni, ma soprattutto un saggio avvertimento: "Daniele, il Bangladesh è una missione difficile...". Erano parole pesanti ma vere, tanto che avvertivo un senso di timore dentro di me. Quando sono salito sull’aereo, le gambe avevano cominciato a tremare. Tra tanti piccoli discorsi con p. Ezio Succa, mio compagno di viaggio, cercavo di smorzare la tensione.

Il viaggio, durante la notte, è stato tranquillo, ma non ho chiuso per un attimo gli occhi. Ripetevo a me stesso: "Finalmente sto realizzando il sogno della mia vita". Il sogno di recarmi in missione, dopo aver speso molti anni in Italia per l’animazione missionaria e vocazionale a Taranto.

Dalla città alla campagna

Lo shock l’ho avuto subito all’arrivo. C’erano 30 gradi e un’umidità insopportabile. Fuori dall’aeroporto una gran folla, appiccicata come mosche alla rete di protezione. Era in attesa di ricevere qualche centesimo dai passeggeri. Sembrava di essere dentro un’arena, con centinaia di occhi incollati su di noi.

Il caldo, lo smog della città, i clacson assordanti di taxi e pullman, le zanzare, il cibo... Nei primi sette mesi nella capitale Dhaka, dove mi trovavo per imparare la lingua bengalese, ho perso ben 15 chili. Stare in città pentava, giorno dopo giorno, un’ossessione. Mi sentivo soffocato per l’ambiente così caotico. Ho chiesto allora di lasciare la città, per recarmi in una missione di campagna. A Natale del 2001 sono riuscito a raggiungere la missione di Bhabarpara, lontana 300 chilometri dalla capitale e completamente immersa tra le risaie e i campi di grano.

Un cobra ad aspettarmi

Purtroppo, le sorprese non erano finite. Quando sono arrivato in corriera, pioveva a dirotto. Per fortuna, ho trovato la calorosa accoglienza dei saveriani veterani della missione: il trentino p. Pio Mattevi e il bergamasco p. Livio Salvetti. Il giorno dopo, ero andato a visitare il villaggio.

Rientrando a casa, in serata, avevo trovato una visita inattesa. Nell’atrio, alcuni catechisti e operai della missione tenevano in mano lunghe canne di bambù, con cui cercavano di catturare per me un piccolo cobra, che si era presentato all’improvviso nella nostra missione. "Padre, questo è venuto per darti il benvenuto!", mi dissero. Le gambe mi tremavano, mentre pensavo alle parole di p. Eduardo: "Il Bangladesh è una missione difficile".

Grazie a tutti voi

Avrei tante altre cose da raccontarvi. Quante avventure incredibili e quante grazie ricevute, per merito delle vostre preghiere. Posso dire che questi cinque anni spesi in Bangladesh sono stati belli e difficili nello stesso tempo. La mentalità e la cultura sono perse dalla nostra occidentale. Il clima è caldo e umido e ci sono anche difficoltà d’intesa con i sacerdoti bengalesi. Ma, nonostante tutto, essi mi hanno aiutato a capire una cultura così complessa.

Ringrazio tanto i confratelli saveriani, che mi hanno sostenuto nei momenti più difficili. E ringrazio tutti voi, amici e benefattori, che mi siete stati vicini spiritualmente e materialmente.

Sono contento di tornare al lavoro al più presto, per essere strumento di amore e di pace nelle mani di Dio.



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