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Bangladesh: aneddoti di vita missionaria

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Dove la vita è una festa

In uno dei nostri primi villaggi cristiani della diocesi c'era un vecchio dottore omeopatico. Tanta gente andava a farsi curare da lui. Il catechista mi diceva che lui quando dava le medicine se i pazienti erano cristiani, cantarellava sul malato preghiere cristiane, se invece gli ammalati erano indu mescolava con quelle i nomi di "Ram", "kali" od altri nomi di divinità del favoloso olimpo indu; se poi erano musulmani, non mancava mai il nome di "Allah".

Quando si andava in quel villaggio lui era sempre in prima fila e ogni sera recitava il Rosario insieme ai familiari. Ma c'era un impedimento per via della irregolarità del suo matrimonio: la donna con cui stava, aveva ancora il marito vivente. Ogni tanto veniva al villaggio il papà della nuora del dottore, una brava persona, che era stato catechista al suo villaggio, vicino alla foresta del Bengala.

Il dottore mandava quell'uomo dal missionario per perorare la sua causa, facendo dire, tra l'altro, che il Signore aveva perdonato l'adultera. A causa della situazione irregolare del matrimonio del dottore, anni prima il missionario aveva smesso di visitare quel villaggio. In quel periodo, il dottore, essendo la persona più istruita di quella comunità, faceva anche il catechista ed ebbe occasione di dare vari battesimi a bambini in pericolo di morte.

Arrivati noi missionari Saveriani, riprendemmo la visita regolare a quel villaggio; anzi fu il mio primo villaggio di apostolato, che ricordo tanto volentieri. Dopo qualche anno - io non ero più in quella missione – il dottore morì; ma mi fu riferito che fece una buona morte, il missionario era presente al suo grande passo. Viaggiando in quel paese, incontri tanti poveri che chiedono l'elemosina. Normalmente in viaggio non diamo elemosine per vari motivi. Non si può essere i salvatori di tutti! In casi specifici, li invitiamo alla missione o alle istituzioni come la Caritas, ecc.

Un giorno ero già salito sull'autobus per andare al sud, si aspettava la partenza. C'era anche altra gente, non solo dei poveracci, che andava verso quella destinazione per affari o per lavoro. Si avvicina un uomo dall'apparenza povero - non troppo, però! - e comincia a chiedere l'elemosina ai presenti. Un signore distinto, gli rivolge la parola: "Perché chiedi l'elemosina e non vai a lavorare?". E quegli: "Perché sono ammalato, ho la gastrite!". Il distinto signore, gli domandò: "Quella è la malattia nazionale, và a lavorare!". Il poveraccio non se lo fece dire due volte e subito filò via ... !

Fino a non molti anni fa, per uscire dal Bangladesh, bisognava ottenere dall'ufficio competente, il certificato di esenzione dell'imposta sul reddito, perché il missionario non percepisce salario. Per il mio rientro in Italia negli anni '70 mi recai a quell'ufficio per chiedere il certificato. L'ufficiale era nuovo in quella sede della nostra città e, come al solito, vedeva me straniero, e parlandomi in inglese, mi chiese cosa volessi.

Gli risposi che ero venuto a chiedere il certificato di esenzione per uscire dal paese. Chiamato l'impiegato, gli parlò della mia richiesta con un po' di foga, in lingua locale, pensando che io non sapessi quella lingua. Tra l'altro diceva: "Questi stranieri hanno un sacco di soldi e poi pretendono esenzioni". Siccome era un poco balbuziente, la  conversazione tra i due diventò esilarante, tanto che dovevo fare grandi sforzi per non scoppiare a ridere.

Quando finalmente in ufficio rimanemmo noi tre, l'impiegato gli spiegò la cosa, sempre in lingua locale, e cioé che io non ero di quella categoria di stranieri che venivano a prendere per portare via, ma di quelli che venivano a dare ed aiutare. Partito quello, quando rimanemmo solo noi due, l'ufficiale si alzò in piedi, mi diede la mano e mi disse: "Padre, mi deve scusare tanto, ma non lo sapevo". Mi diede il certificato e ci lasciammo da amici.

Anni fa ci fu in una nostra missione dove in precedenza ero stato parroco, la festa per il Cinquantesimo di fondazione di della missione. Erano presenti i vari missionari che là si erano susseguiti , compreso un missionario gesuita venuto da Calcutta dal quale noi Saveriani avevamo ricevuto in eredità la missione stessa nel 1952. Per l'occasione il parroco aveva organizzato un programma di feste per tre giorni, a spese naturalmente della missione.

Molti i cristiani presenti, i discorsi, le rappresentazioni. Solo che dopo il primo giorno ( constatato come i rifornimenti sparivano: molti erano arrivati da lontano, a piedi, e forse si erano preparati ... con un lungo digiuno) il parroco annunciò con rammarico che sarebbero stati sufficienti due giorni di festa. Comunque la cosa riuscì bene lo stesso, e tutti furono contenti.



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