Arigatou, padre Marco
Padre Marco Vigolo dopo sei anni come amministratore ed economo allo Csam di Brescia, il 15 luglio è tornato in Giappone, dove era già stato missionario. L’abbiamo intervistato prima della sua partenza.
Quando sei arrivato qui?
Nell’estate del 2009. E dopo i tre mesi di corso a Tavernerio, sono diventato operativo a inizio 2010.
Ora di nuovo in Giappone
Sì, e la mia prima tappa di questa nuova avventura sarà nella casa regionale dei saveriani, a Izumisano, nella prefettura di Osaka. Probabilmente, poi, mi affideranno la direzione di un asilo a Izumisano o a Kaizuka, a seconda delle necessità. È un ruolo che ho già avuto in passato.
Con che stato d’animo riparti?
Sono molto contento, anche perché, finché c’è la salute, è meglio stare in missione. So che la situazione dei saveriani in Giappone è complicata. Molti sono anziani, con problemi di salute. Vado per dare una mano e ho la fortuna di poter iniziare da subito, senza dover partire da zero, visto che già sono stato lì per 25 anni, prima di venire a Brescia.
Come ti sei trovato a Brescia?
Molto bene, anche se l’incarico che avevo non era dei più facili. Però, ritengo che questa casa sia molto importante per i saveriani in Italia perché Brescia è in una diocesi che ha molte ricchezze e che lascia uno spazio anche a noi missionari. Anzi, forse dovremmo metterci ancora più energie.
L’ultimo periodo è stato difficile?
La contrazione degli aiuti economici e la difficoltà nel ricambio di personale saveriano ha portato a scelte dolorose, ma forse inevitabili. Dall’altra parte, ci sono ancora tanti amici che ci vogliono bene e ci aiutano. C’è lo spazio per poter essere utili e farci conoscere.
Anche a Brescia?
Soprattutto a Brescia. A parte l’importanza artistica e storica di un centro come San Cristo, i saveriani che vivono qui sono inseriti in una diocesi grande, ricca, nella quale devono partecipare attivamente. Anzi, si dovrebbe potenziare la presenza saveriana nel bresciano. È una zona centrale e bisogna sfruttare le occasioni.
Che città hai scoperto?
Ho trovato ancora molte tradizioni cristiane e strutture forti. La chiesa sta compiendo cammini importanti, come quella del catecumenato. La linea scelta dalla diocesi e dal Centro missionario è molto interessante e noi saveriani dovremmo lavorare in sinergia. Brescia è una diocesi in grado di dare un impulso nuovo alla missione, noi missionari possiamo farci promotori di dialogo tra le diverse culture.
Cosa ti porti via da San Cristo?
C’è un affetto culturale nei confronti di un luogo importante che ancora va valorizzato. I saveriani di Brescia hanno bisogno di una persona che s’incarichi di curare in modo continuo i legami con le istituzioni e le persone che si occupano di arte e cultura. È necessario far gustare la bellezza di questo posto.
E dal punto di vista umano?
La comunità saveriana ha avuto sempre grande disponibilità a lavorare insieme per un unico obiettivo, nonostante le difficoltà. Inoltre, non posso dimenticare la sensibilità, la pazienza e la collaborazione di tante persone (dipendenti e volontari) che, con impegno e altruismo, si sono spese per noi.
Porterò con me questo animo dei bresciani che sono cristiani al di là dei problemi, hanno un grande cuore e vogliono darsi da fare per gli altri. È una grande forza per noi missionari all’estero. Avere alle spalle questo background di chiesa, società e amici ci incoraggia.
Sayonara allora…
Meglio dire “Devamata” (ci vediamo ancora). Spero di non tornare più in Italia per un lavoro prolungato, ma solo per le vacanze. E non mancherò di passare da Brescia.







