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Anni di Vangelo aperto, insieme alla gente

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Faccio un punto e a capo e provo a raccontare come va la mia vita. Da fine dicembre, dopo cinque anni intensi a Chemba, mi trovo di nuovo a Charre, dove avevo vissuto tra il 2014 e il 2015. Sono qui temporaneamente, per dare una mano ad un confratello burundese rimasto solo. Dopo una pausa estiva in Italia, al ritorno in Mozambico, andrò in una nuova realtà.

Per noi missionari gli avvicendamenti sono normali. Siamo itineranti, pronti a smontare la tenda e a montarla altrove. Da un lato non è facile staccarsi quando si mettono radici, dall’altro si impara ad essere liberi e a non legarsi troppo ai progetti iniziati. Siamo servi inutili, ci ricorda Gesù.
Il mio avvicendamento avviene nel contesto di alcuni cambiamenti che interessano noi (pochi) missionari saveriani in Mozambico. Dopo ventidue anni di presenza saveriana a Chemba, a luglio abbiamo consegnato la parrocchia - con le sue 65 comunità, la scuola e lo studentato - alla diocesi di Beira. Sarà la Chiesa locale a proseguire. Coscienti di questo, negli ultimi tre anni, anche grazie alla generosità di tanti amici e amiche che ci leggono, abbiamo ristrutturato l’intera scuola e lo studentato. Lasciamo una realtà viva, bella e dinamica.

A Chemba, ho vissuto un tempo che sul calendario segna cinque anni esatti. Poi, c’è il tempo della vita. In questo senso, c’è una densità di vita fatta di persone povere, maestre di umanità, di terra secca della savana e di acque maestose del grande fiume Zambesi, di strade polverose e di contadini che tornano dalla campagna al tramonto con la zappa nella mano, il raccolto sopra la testa e il sorriso sulla bocca, di capre che sono ovunque, di Vangelo aperto assieme alla gente per aprire gli occhi sull’ingiustizia, di foreste devastate e di senso di impotenza, di notti in capanna durante le visite alle comunità, della testa che rimbomba per l’ennesima malaria, della nostra scuola nella quale anche i figli dei contadini provano ad alzare la testa, di un giornalino di quattro pagine realizzato assieme ai ragazzi che usciva tre volte all’anno e che ha dato senso alla mia rabbia evangelicamente politica. Guardo indietro e ringrazio Dio, consapevole che quello che ho ricevuto è più di quanto ho dato.

Ora, anche se per pochi mesi, eccomi di nuovo a Charre. L’ambiente di questo villaggio di capanne, a 20 chilometri dal confine col Malawi, è sempre quello della savana. Qui serviamo due parrocchie, per un totale di circa settanta comunità. La più distante si trova a circa 200 chilometri di strada sterrata! A Charre è tutto più semplice e povero. Non c’è l’energia elettrica: abbiamo i pannelli solari che, quando va bene, ci garantiscono l’energia per una decina di ore al giorno. C’è una debole rete del telefono, ma non internet: per aprire l’email ci si sposta otto chilometri.

Il giovedì santo, mentre lavavo i piedi alla nostra gente, pensavo "Mamma mia, quanto sono duri e callosi!". Sono i piedi di persone semplici, alcuni dei quali non hanno mai messo le scarpe nella loro vita, i piedi di chi cammina tutti i suoi benedetti passi in ciabatte o a piedi nudi. Qualche giorno dopo, mentre leggevo il Vangelo della Resurrezione secondo Matteo, mi sono venuti in mente i piedi della nostra gente e anche i piedi di Mosè dalle grandi ciabatte. Le donne, di ritorno dal sepolcro, con il cuore gonfio di gioia e di paura incontrano Gesù e gli abbracciano i piedi!

Bisogna partire dalla concretezza dei piedi, quelli col segno dei chiodi di Gesù Risorto e quelli callosi e impolverati della gente, perché, alla fine, sono gli stessi piedi. Partire dai piedi, affinché la nostra testimonianza del Risorto non rimanga solamente qualcosa di astratto o intellettuale, ma parli al cuore delle persone, sia vera, coerente e credibile. Vi abbraccio, se lo permettete, anche ai piedi.



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