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Il viaggio in Albania, come ogni estate, è un insieme di emozioni da raccontare e da condividere. Iniziamo a pubblicarle in questa pagina per poi proseguire anche nei prossimi mesi. Grazie a Rita Silvestri, protagonista fin dalla prima ora del progetto Albania, che ha raccolto queste testimonianze.  

L’Albania era per noi un Paese pressoché sconosciuto, se non per i pallidi ricordi dello sbarco dei ventimila a Bari all’inizio degli anni Novanta e poco più. Il viaggio da Tirana verso Scutari è subito un bagno di storia, recente: i martiri del regime, i luoghi di detenzione, tortura e morte in nome dell'ateismo isolazionista di Enver Hoxha e dei suoi sostenitori che, per circa cinquant'anni, instaurarono la dittatura più rigida e feroce d'Europa. Lo stesso Hoxha dichiarò, trionfalmente, che la nazione era il primo Paese dove l'ateismo di Stato era scritto nella Costituzione.

Il caldo - siamo arrivati anche a 44°C - ci accompagnerà durante tutta la nostra permanenza, nel susseguirsi di villaggi e cittadine, disseminati lungo il percorso. Spunta ovunque la novità, ai miei occhi, della moschea con i suoi minareti ben visibili da lontano e la voce del muezzin, che cinque volte al giorno recita l’adhan per richiamare i musulmani alle preghiere obbligatorie. A Berat, siamo accolti in un contesto sereno e gioioso: una scuola, due religiose, suor Maria e suor Rita, sempre in movimento, tranne quando pregano, sempre con il sorriso sulle labbra, in una zona di periferia, lontano dal traffico e dai rumori del pur affascinante centro città. Riscontriamo una convivenza pacifica di fedi, confermata anche dai racconti di chi vive l'Albania dopo la caduta del regime.

Inizia così la settimana di osservazione. Non ho professionalità o esperienze specifiche da spendere, in qualche modo, con i bambini. Per alcuni ruoli, i compiti erano stati già assegnati: chi prepara gli squisiti pasti quotidiani, chi affianca le maestre nell’attività ludica, chi eroga il prezioso e apprezzato servizio di consulenza medica e pedagogica, chi tiene il ritmo delle attività…
Personalmente, mi sono messo in modalità ce che al covente: osservo e se c'è qualcosa da fare, eccomi! E di cose da fare ce ne sono sempre, tante, e non serve che te lo vengano a chiedere. Mi porto dietro con gratitudine le ore trascorse a tracciare le righe sui campi da calcio, pallavolo e pallacanestro insieme ad un imbianchino albanese

Tanto lavoro sì, ma anche qualche momento di riposo che aiuta il ristoro del corpo e quelli di preghiera e riflessione insieme. Momenti che p. Armando, con quel suo stile missionario leggero ma pratico e profondo, trasformava, con scherzosa provocazione, in un mettere a nudo e anche in difficoltà il nostro intimo sentire e vivere la vita. 
E molte cose potrei ancora raccontare. Mi sarebbe anche piaciuto poter scrivere un pensiero per ognuno/a dei nostri compagni di viaggio… Però chiudo con una riflessione che mi era sorta già durante il corso e gli incontri di “Solidarietà per Azioni” in preparazione al viaggio. I partecipanti erano, con schiacciante superiorità, donne. Solo un caso?



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