Skip to main content

A un anno dalla morte di Madre Teresa di Calcutta

Condividi su

Ricordando le opere e i giorni

Insegnava nel collegio Saint Mary, il più esclusivo di Calcutta, agli inizi degli anni '30. Un alto muro divideva il convento e la scuola dalla città tumultuosa. Dall’alto delle finestre la giovane suora, nata nel 1910 in un villaggio della Yugoslavia, osservava con un certo turbamento quanto avveniva al di là della muraglia che sembrava difendere il prato e le rose della scuola dalla confusione della città cosmopolita.

Ma fu solo una quindicina di anni dopo che il colpo di fulmine venne a sconvolgere la vita ordinata e metodica di suor Teresa.

Ritornando da un periodo di riposo imposto dalla superiora, trascorso nella salubre cittadina di Darjeeling, ai piedi dell’Himalaya, la piccola suora fu assai turbata nello scoprire, dai finestrini del treno, la tragedia di masse enormi di gente che vivevano la loro miseria ai margini delle strade di Calcutta.

“Sentii il richiamo – confessò più tardi – a lasciare tutto e seguire Cristo negli slums, tra i più poveri dei poveri. Dovevo lasciare il convento e aiutare i poveri vivendo tra loro”.

Spinta da questa intuizione, suor Teresa chiese ed ottenne dal vescovo l’autorizzazione a vivere fuori dal convento, con Dio unico protettore e guida, in mezzo ai poveri. Con quattro rupie comprò due pezzi di stoffa e si cucì un sari di cotone bianco, bordato di blu con il ricamo di una croce sulla spalla. Ben presto, alcune ragazze della scuola la seguirono; iniziava così l’avventura di quella famiglia religiosa che oggi porta il nome di “Congregazione delle Missionarie della Carità”.

Quelle donne coraggiose intrapresero la loro opera radunando alcune decine di ragazzi, dando vita ad una scuola rudimentale a cielo aperto. In seguito suor Teresa ottenne l'uso di un vasto salone mezzo diroccato che un tempo serviva per dare ospitalità ai pellegrini che si recavano lì; visita al vicino tempio indhu. E quella costruzione che, ristrutturata nella maniera più semplice, prese il nome di "Ninnal" "la Casa per i moribondi".

Lì le suore portavano (e portano tuttora) i moribondi che riuscivano a raccattare lungo le strade di Calcutta. "Sono vissuto come un animale - confesserà uno di loro - ma ora, sorella, vado a casa, da Dio!". Un luogo dove si muore su piccole brande appoggiate a terra, coperti da un semplice telo, ma accompagnati da un sorriso e una carezza.

Quando Papa Wojtyla, nel febbraio 1986, visitò il Nirmal, stranamente non fece discorsi. Teresa lo teneva per mano. Su una tavoletta appesa al muro, che veniva compilata ogni giorno, si leggeva: "Noi facciamo questo per Gesù. Altri 22 mila li hanno preceduti". La piccola Teresa insegnò al Papa a toccare i morti viventi.

Ma perché lo fanno?

La storia di Teresa, la sua vita e quella delle sue sorelle, non nascono da pura filantropia, non sono frutto di semplice  sensibilità umanitaria. Sono storie di fede biblica, storie di anime innamorate di Dio, che sanno vedere la sua presenza nel corpo disfatto d’un fratello, nei suoi vestiti sporchi, nella puzza che li accomuna. “Ci leghiamo a chi non ha nulla – affermano le piccole Sorelle -. Ogni diseredato, ogni povero, ogni emarginato può essere Cristo in persona, un Cristo di nuovo incarnato”.

Quando il regista Pierpaolo Pasolini, in un suo viaggio in India nel 1961, ebbe l’occasione di incontrare suor Teresa, scrisse di lei: “Dove guarda, vede”. La povertà non attrae, fa schifo. Ma è l’occhio della fede che illumina e mostra la vera realtà. “Cerchiamo la persona, non la moltitudine” era solita affermare Teresa. E alle sue sorelle porgeva continuamente questa esortazione: “Facciamo tutto per Gesù”.

A Michele di Grecia raccontò un suo sogno: “Mi trovavo alle porte del Paradiso. Pietro stesso mi aprì. Ma, quando mi vide, disse: "Torna subito sulla terra; qui non ci sono bassifondi".

Il messaggio di Teresa

Quella figura minuta, rugosa, avvolta nel suo sari bianco e blu segnato dalla croce, è diventato il simbolo della carità. Essa è molto di più d'un esempio; ci piace guardare a lei vedendo nella sua vita l'incarnazione di quello che noi stessi vorremmo essere. Pensandola, ci sentiamo più buoni. E ci accorgiamo che i nostri occhi si spalancano e scoprono nel mondo che ci circonda una realtà che non avevamo avvertito in precedenza.

Povertà non è solo mancanza di cibo, di pulizia, d'una casa dove abitare. La povertà tende a nascondersi, perché è umiliante. Oggi, nella cultura dei mass media, delle notizie gridate, quello che non si vede in TV o non si legge sui giornali non esiste. Eppure c'è tanta povertà attorno a noi, anche povertà di spirito, povertà interiore, frutto dell'egoismo e della solitudine. Cristo non ci chiede di cancellare questa povertà, ma di combatterla con le armi dell'amore, dell'attenzione, della generosità. "I poveri li avrete sempre con voi" ha affermato Gesù.

A Lui fa eco Teresa: "Quando una persona muore di fame, non si deve attribuire la colpa a Dio, che si è disinteressato, succede perché né tu né io vogliamo dare a questa persona quello di cui ha bisogno". E ancora: "Vi sorprenderà sapere che nei sobborghi più poveri di molte città in cui viviamo e lavoriamo, quando ci avviciniamo alla gente che vive nella miseria, la prima cosa che ci viene chiesta non è il pane o i vestiti, nonostante l'estremo bisogno. Ci chiedono di insegnare loro la Parola di Dio. La gente ha fame di Dio, desidera ascoltare la sua Parola".

Teresa non era "affamata di conversioni". Nella Casa dei Moribondi erano ospitati fratelli e sorelle di ogni fede. Prima di morire, sulla fronte degli indhu venivano spruzzate alcune gocce d'acqua del fiume sacro, il Gange. Il trapasso dei musulmani era accompagnato dalla lettura di passi del Corano; mentre la fronte dei cristiani veniva unta con l'Olio degli Infermi. Secoli prima, san Francesco Saverio esortava i confratelli che lo avevano seguito fin nelle Indie ad "amare gli umani ai quali siete inviati, e fatevi amare da loro".

È trascorso un anno dalla morte di Madre Teresa (5 settembre 1997). In uno stanzone disadorno, e neppure al centro, è collocata la tomba della piccola suora. Attorno a quell'anonimo edificio pulsa la vita della città: viavai di gente, taxi neri, risciò, autobus scalcinati. È il respiro di Calcutta. La piccola Teresa finalmente riposa sotto quel parallelepipedo di marmo bianco, sul quale è stata incisa la frase del Vangelo di Giovanni: "Amatevi l'un l'altro, come Io ho amato voi".

Sulla tomba è posata una statua della Madonna. A chi la guarda con gli occhi di Teresa la Vergine pare sorridere e dire: "Ti voglio bene".



Scarica questa edizione in formato PDF

Dimensione 5603.19 KB

Gentile lettore,
Continueremo a fare tutto per portarvi sempre notizie d'attualità, testimonianze e riflessioni dalle nostre missioni.
Grazie per sostenere il nostro Giornale.


Altri articoli

Edizione di Ottobre 2013
Cari giovani, Gesù si rivolge a ognuno di voi, dicendo: "È stato bello partecipare alla Giornata mondiale della gioventù, vivere la fede insieme a g…
Edizione di Giugno/luglio 2013
Diritti calpestati Bangladesh: il crollo del Rana Plaza. Reshmi è il simbolo del crollo del Rana Plaza, edificio di otto piani nella zona industria…
Edizione di Dicembre 2025
Dieci grossi quaderni contengono le tracce del mio percorso. Sono come uno scrigno che racchiude il bene che il Signore mi ha donato in questi anni d…
Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito