50anni di vita missionaria, Il lavoro con ispani e handicappati
La saveriana sarda Stefanina Loi, ripercorre le tappe della sua vita missionaria. Le sue parole fanno capire che non è ancora arrivato il momento della “pensione” e che la voglia di continuare è ancora tanta.
Dopo 49 anni trascorsi all’estero, ora mi è stato chiesto di tornare in Italia per il riposo sabbatico e per preparare il 50° della mia prima professione religiosa. Aspetto anche di sapere quale sarà il mio prossimo servizio.
Vivere per la missione
Tutto ha avuto inizio nel 1949, quando è venuto in parrocchia per la giornata missionaria il giovane saveriano p. Ildo Chiari. È stato lui il primo che ha assecondato il mio desiderio di diventare missionaria per far conoscere Dio ai bambini di nazioni non cristiane. Padre Ildo mi ha messo in contatto con madre Celestina Bottego, fondatrice delle missionarie di Maria insieme a p. Giacomo Spagnolo.
Due anni dopo sono entrata nella congregazione missionaria. A Parma ho trovato un’altra giovane sarda, Felicita Tatti. Questo incontro mi ha dato subito una grande gioia: era un legame con la mia cara Sardegna che, da Parma, mi sembrava lontana come se fosse oltre l’oceano! Quattro anni di formazione mi sembravano lunghi. Ma mi sono subito resa conto che per partire, non bastava il desiderio. Ci voleva una buona preparazione.
Dagli Usa alla Sierra Leone
Nel 1954, su invito dei missionari saveriani statunitensi, la congregazione mi ha mandato negli Usa. I saveriani avevano chiesto la nostra collaborazione nei servizi pratici del seminario e noviziato. Avevo così la possibilità di studiare la lingua inglese e di prepararmi più direttamente alla missione in altre terre. Più tardi, il vescovo della diocesi, dove eravamo inserite, ci ha invitato ad interessarci degli immigrati di lingua spagnola provenienti dall’America latina. Con un’altra saveriana sono andata allora a Porto Rico, non solo per imparare lo spagnolo, ma anche per conoscere la cultura di quel popolo che tra gli “hispanos degli Usa era il più numeroso.
Nel 1982 la congregazione ha accettato l’invito del vescovo di Makeni, in Sierra Leone, che aveva bisogno di alcune missionarie nella sua diocesi per la cura e la riabilitazione di tanti bambini e giovani poliomielitici. Invitata a far parte del primo gruppo di partenti, con gioia ho accettato di piantare la mia tenda nella nuova missione per condividere con altri fratelli il dono della fede e dell’amore di Dio. Così, dopo 27 anni, ho lasciato gli Usa.
C’è stato un progresso
In Sierra Leone, ci attendeva p. Camillo Olivani che per tanti anni aveva raccolto e ospitato decine di bambini e ragazzi portatori di handicap. Desiderava che noi potessimo continuare la sua opera, aprendola anche a bambine e ragazze, che fino ad allora restavano abbandonate nei villaggi. A me è stato subito affidato il compito di amministrare il “Polio Children Home”, una casa che ospitava 80 ragazzi dai 6 ai 18 anni di età.
Dopo undici anni, sono rientrata in Italia per un anno di riposo. Nel frattempo, però, in Sierra Leone era scoppiata la guerra. Nel 1995 sette saveriane sono state sequestrate per tre mesi. Anche per questo motivo, dopo la liberazione delle suore, la missione è stata chiusa. Perciò sono tornata negli Stati Uniti dove ho trascorso gli ultimi 7 anni di vita missionaria. È stata una grande gioia rimettermi a lavorare con gli ispani, rivedere tante persone già conosciute e constatare il progresso fatto dai bambini e dai giovani che, anni prima, avevo preparato all’iniziazione cristiana.
Quattro sorelle missionarie
Durante il periodo di vita missionaria negli Stati Uniti, ho notato un progressivo miglioramento nell’accettazione reciproca tra i diversi gruppi etnici. Nei primi anni dell’immigrazione, gli ispani erano gruppi minoritari e appartati. A fatica noi missionarie riuscivamo a farli sentire parte viva della chiesa locale. Adesso, a distanza di anni, essi sono cresciuti e contribuiscono alla vita ecclesiale con la vivacità tipica della loro cultura, pur conservando le caratteristiche dei loro diversi paesi d’origine.
Se devo tracciare un piccolo bilancio, per prima cosa ringrazio e benedico il Signore per la presenza dei missionari saveriani in Sardegna. La visita del primo saveriano nella parrocchia di Ghilarza è stata un’occasione provvidenziale per me e per le altre tre mie sorelle, Caterina, Gemma ed Elena, che più tardi hanno raggiunto la nostra famiglia saveriana, assecondando la vocazione alla missione.
Per tutto ciò che è avvenuto, per la gente che ho incontrato e che fa parte della mia vita, mi viene spontaneo esprimere il mio grazie al Signore con il canto del Magnificat. “L’anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore, perché ha guardato alla piccolezza della sua serva. Grandi cose ha fatto l’Onnipotente e santo è il suo nome”.








