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Da più parti si sente dire che il Sinodo sull’Amazzonia sia stato un “sbandata a sinistra della Chiesa”, un errore di papa Francesco insomma. Cosa ne pensate? Silvia, Bari

Mi piace riprendere quanto appare in “Civiltà Cattolica” (n. 4063, ottobre 2019). Il Sinodo è stato una “chiamata alla conversione”, e questa viene spesso dalle periferie geografiche, come i popoli amazzonici. La chiesa ha voluto ascoltare la loro voce e convertirsi. Dio, che abita nella Chiesa, la chiama alla novità. Per papa Francesco “la periferia illumina il centro senza pretendere di prenderne il posto, ma contribuendo a trasformarlo, purificarlo e rinnovarlo; vale a dire, la periferia contribuisce alla conversione di questo centro, che ha perso, in un certo senso, parte della sua capacità di ascolto e di meraviglia di fronte alla voce sempre nuova e rinnovata dello Spirito”. La conversione è come “una chiamata a dare corpo al progetto del regno di Dio: quello di un mondo più giusto e più umano, di autentica fraternità ed equità, in cui tutti possano avere vita, e in pienezza, a cominciare dagli esclusi”. A pagina 6 di questo numero, nell’articolo “Cristo indica l’Amazzonia”, parliamo delle varie conversioni: pastorale, culturale, ecologica, sinodale. Papa Francesco ci chiede di essere coraggiosi (EG 49), di fare proposte coraggiose. Anche perché in Amazzonia (e non solo lì!) ci sono troppi “segni di sfruttamento, morte, martirio contemporaneo ed esclusione”. Di fronte ad essi “anche questo Sinodo è chiamato a essere profondamente profetico” (p. 70).
Una chiesa conservatrice e arroccata nel passato non evangelizza e perde le generazioni di oggi. Occorre essere fedeli al passato (Vangelo), ma anche all’umanità odierna, con tutte le sfide che questo comporta. In Occidente, dove crescono xenofobia e populismo, convertirsi significa far cadere i muri e costruire ponti, credere cioè che siamo un solo popolo (di Dio), anche se formato da etnie differenti, vincere la paura dell’altro diverso da noi. E papa Francesco, in una bella intervista (sempre sullo stesso numero di Civiltà Cattolica, p. 11-12), ci suggerisce di non pensare al proprio Paese come “una sala operatoria, dove tutto è sterilizzato: la mia razza, la mia famiglia, la mia cultura… come se ci fosse la paura di sporcarla, macchiarla, infettarla. Si vuole bloccare quel processo così importante che dà vita ai popoli e che è il meticciato. Mescolare ti fa crescere, ti dà nuova vita. Sviluppa incroci, mutazioni e conferisce originalità. Il meticciato è quello che abbiamo sperimentato, ad esempio, in America Latina. Da noi c’è tutto: lo spagnolo e l’indio, il missionario e il conquistatore, la stirpe spagnola e il meticciato. Costruire muri significa condannarsi a morte”.



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