I partecipanti al Campo Missionario provenivano da età diverse: alcuni frequentavano ancora le scuole medie e altri le superiori. Durante le attività ho visto che il loro entusiasmo era molto forte. Erano contenti di partecipare ai giochi,
disponibili ad ascoltare le esperienze degli altri e attivi nelle discussioni. Ciò che mi ha colpito di più è stato il loro coraggio nel condividere opinioni, sia nei piccoli gruppi sia in plenaria. Ho visto ragazzi capaci di esprimere le proprie idee con decisione. Nei lavori di gruppo, inoltre, sapevano collaborare abbastanza bene. Questo mostra che i giovani hanno un grande potenziale, se viene offerto loro uno spazio adeguato.
Da lì ho capito che i giovani hanno bisogno di spazi per incontrarsi, crescere e sostenersi a vicenda. Hanno bisogno anche di amici con cui parlare, condividere e discutere, più che di ricevere consigli in modo unidirezionale. Per questo è
fondamentale la presenza di adulti disponibili ad ascoltare e a camminare con loro. I giovani non hanno bisogno solo di essere “istruiti”, ma anche di essere “accompagnati”. Il Campo Missionario è stato uno spazio molto buono per questo: i giovani hanno sperimentato la fraternità e hanno avuto un luogo dove esprimersi. Gli animatori sono stati loro vicini, offrendo una testimonianza concreta di vita e di fede. Ho percepito che dinamiche come queste fanno crescere un senso di sicurezza e incoraggiano i giovani ad essere più aperti, più fiduciosi e più coraggiosi nel loro cammino.
L’ultimo giorno, io, Erik e P. Pandri abbiamo avuto l’occasione di visitare un luogo turistico: il Parco Archeologico di Paestum. La sera abbiamo cenato a casa di una famiglia che conosciamo. Sono stato molto felice, non solo perché il cibo
era buono, ma soprattutto perché ho sentito un’accoglienza e un affetto davvero caldi in quella famiglia. È stata un’esperienza che mi ha lasciato un segno profondo: il calore familiare e l’accoglienza possono essere anche una forma semplice, ma reale, di annuncio.
La mattina del 6 gennaio, io ed Erik siamo tornati a Desio. Abbiamo portato con noi un cibo tipico di Salerno: la mozzarella. Sono rientrato con gratitudine, non solo per il viaggio piacevole, ma perché questa esperienza ha arricchito il mio modo di vedere: il ruolo dell’accompagnatore (animatore), i bisogni del mondo giovanile e il fatto che la fede può essere presente attraverso una condivisione semplice ma piena di significato.
(fine)
i rispecchieremo in tanti popoli con i loro volti, le loro storie e con le sfide come la pace, la giustizia, il dialogo interreligioso e interculturale, la salvaguardia del creato.






