Nell’estate 1964 si cambia, anziché andare al mare a San Giovanni di Sinis, si va alla diga di Gusana nel comune di Gavoi.
Solo da poco tempo erano finiti i lavori della diga e i cameroni, dove abitavano da anni centinaia di operai, ingegneri e dirigenti erano liberi, se non ricordo male, erano di proprietà dell’ing Pierobon, che aveva concesso ai Saveriani i locali per trascorrere l’estate i giovani studenti di Macomer.
I preparativi erano terminati e si avvicinava il giorno della partenza, in realtà non avevamo molti bagagli: due cambi appena e i libri per continuare gli studi anche in estate.
Io avevo un altro compito che, devo dire non mi dispiaceva affatto, in quanto per un giorno sfuggivo alle regole della comunità. Fratel Vidale, energico confratello, che aveva trascorso tanti anni in Cina e aveva subito persecuzioni da parte del governo maoista, mi aveva scelto per accompagnarlo ad Arborea. Devo dire che la cosa mi piaceva molto, avrei trascorso una giornata, libero senza regole, vedendo luoghi nuovi, fui entusiasta della proposta.
Ad arborea era il periodo della raccolta delle angurie e nei cortili delle cascine erano state ammassate grandi mucchi del dolce frutto. Le famiglie ci accoglievano e ci offrivano angurie per gli apostolini, io ero ben felice di caricare l’auto con tre, quattro, cinque enormi cocomeri verdastri. In ogni cascina i bravi veneti si dimostravano felici di vedere un missionario, per di più loro corregionale (fratel Vidale era Veneto come la maggior parte degli abitanti di Arborera).
Ma non bastavano le angurie ci regalavano anche le uova e le galline, solo che le galline non si facevano prendere facilmente, correvano nell’aia e nella stalla e né le padrone, spesso anziane, potevano acchiapparle, tanto meno fratel Vitale, uomo alto e robusto e di una certa età. Certo toccava a me il compito di acchiappare quelle malefiche galline starnazzanti. Io piccolo e magro, ma scattante riuscivo nella caccia. Mi piaceva sentire le vecchie signore che in veneto dicevano “bravo ragazzo diventerai un buon missionario”. Come si dice quando la generosità è troppa? ecco “troppa grazia sant’Antonio” e fu veramente troppa grazia, tanto che riempimmo la seicento multipla oltre i vetri, causando grossi problemi a quella povera automobile.
Dopo essere stati rifocillati in una casa fattoria con formaggio, soppressa ( non sapevo allora cosa fosse) e generoso vino che naturalmente io non bevevo, ripartimmo per Gavoi verso le 16,00.
La seicento arrancava già nelle vecchia Carlo Felice, si sentiva lo sforzo di quella povera macchina troppo carica di angurie, tuttavia lentamente procedeva, diciamo che la guida di fratel Vidale non era eccezionale, infilava la marcia con eccessiva forza, spesso grattando, non so per la troppa usura o per altro. Prima di Ovodda la macchina non volle più andare avanti, nonostante i tentativi di riaccenderla, l’unico segnale di vita era dato da “ Puf, Puf , Puf” per fortuna si era fermata ai margini della strada. Dissi preoccupato “Fratel Vidale come facciamo ora? La risposta “preghiamo e vediamo se la Madonna ci ascolta”. Dopo qualche ave Maria accostò un’auto nuova, scese un giovane che chiese se serviva aiuto. Fratel Vidale con gli occhi felici mi guardò e “vedi la preghiera…” era un francese, scese anche la moglie mentre due bambini rimasero nell’auto, aprì il cofano, allora era posteriore, maneggio con cacciavite e fil di ferro e dopo un po', in un italiano approssimativo “Padre potete partire, ma mi raccomando appena trovate un officina fermatevi”. Il compenso furono due belle e grandi angurie. La seicento ripartì e fece molti chilometri ma ad un certo punto, forse a buon ragione ragione era troppo carica, si ribellò nuovamente, per fortuna fermandosi alla periferia di Gavoi, vicino ad un bar. Fratel Vidale scese entrò nel bar e con lui vennero due giovani che a loro volta fecero un controllo, pulirono le puntine platinate con carta vetrata usarono anche loro fil di ferro non ho mai capito perché la macchina riposata e fresca era nuovamente in grado di ripartire, ma prima vollero invitarci birra Icknusa per Fratel Vidale e un bel gelato per me. Si era fatto tardi, il sole estivo tramontava dietro ii monti e ripartimmo.
Ad un certo punto svoltò per una strada sterrata, i fari illuminavano gli alberi alti e forti di leccio e le sughere contorte, enormi, sembrava che si volessero avventare su quella povera auto che arrancava con difficoltà. Lo sterrato era attraversato da centinaia di rane che saltando tentavano di salire verso la montagna, non nego che non abbia avuto paura, anche se la presenza di fratel Vidale, che ogni tanto recitava una preghiera mi rassicurava. Arrivammo ai cameroni dove ci attendevano missionari e apostolini in ansia per la nostra sorte e fu una festa, a tutti venne data una bella fetta di anguria ma la macchina sembrava sempre piena. (Elia Pili di Quartu s.Elena)







