NON SEPARARE LA TERRA DAL CIELO At 1,1-11; Lc 24,46-53
Le letture ci dicono che il Signore, dopo la risurrezione, lascia la terra.
“Si staccò da loro e veniva portato in cielo”.
Perché questa partenza?
Sarebbe così bello avere uno stato governato da lui, una piccola nazione che sia di esempio ai governanti di questo mondo, in una continua guerra per avere il primo posto, per la sedia di primo ministro o di presidente della Repubblica.
I suoi discepoli, infatti, sognano di diventare ministri di un nuovo Regno.
Gesù potrebbe realizzare un Regno ideale di giustizia, di pace, dove l'ordine è perfetto e il benessere è a portata di tutti.
Potrebbe costruire la nuova Gerusalemme sulla terra, la città di Dio, sotto la sua direzione: un esempio per tutte le città della terra, un riferimento per tutti i popoli e per tutti tempi.
Ma il Signore se ne va e ci lascia nella miseria delle nostre mille controversie?
Con l'Ascensione, Gesù, terminato il periodo di 40 giorni, segnato da una particolare vicinanza ai suoi, entra con tutta la sua umanità nella gloria di Dio.
Perché?
Gesù risorto si fida degli uomini.
Si fida di un piccolo gruppo di discepoli, uomini e donne, fragili.
Affida loro la continuazione della sua opera: l'annuncio del Vangelo e la costruzione del Regno, in attesa del suo ritorno. Chiama uomini e donne e dà loro responsabilità e autorità.
Non li lascia soli.
Sale al cielo non per andarsene definitivamente, ma per essere sempre presente senza i limiti della sua condizione umana.
Se nella sua vita terrena, in Palestina, egli era in un luogo ben delimitato e non in un altro; se parlava con una persona, non era con altre nello stesso tempo, ma dopo l’ascensione ha il potere di Dio e assicura la sua presenza in ogni luogo.
È il sole che entra con i suoi raggi in ogni casa, è il sole che illumina ogni persona, che riscalda ogni cuore. L'Ascensione non è un mistero di separazione, ma di presenza. Gesù lascia per meglio essere con noi!
Un nuovo inizio
Il racconto di Luca negli atti degli Apostoli è ampiamente ispirato al rapimento di Elia, una pagina molto conosciuta in Israele. Troviamo questa storia nel secondo libro dei re. Il grande profeta viene portato in cielo su un carro di fuoco e scompare tra le nubi. Il suo discepolo, Eliseo, vedendolo scomparire, ha la certezza di ricevere parte del suo spirito.
Luca descrive l'evento dell'Ascensione negli Atti degli Apostoli utilizzando gli stessi simbolici: la nube, simbolo dell'incontro con Dio (come nel Sinai e sul Monte Tabor); i due uomini, che ricordano i testimoni della risurrezione; il colore bianco delle vesti, simbolo del mondo divino.
Ma il cuore della narrazione è nella descrizione di una consegna. Come Eliseo riceve il mantello di Elia e il suo spirito di profezia, così gli Apostoli, vedendo Gesù nella sua ascensione al cielo, ricevono dal Risorto il mandato: "Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso.”
L’evento segna un nuovo inizio, la nuova tappa del progetto di Dio, della sua grandezza, del suo orizzonte.
"Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?" Gli angeli danno la chiave per l'interpretazione dell'evento: "Non guardate il cielo, guardate la terra, prendete coscienza del vostro compito di proclamare il Vangelo". È l’inizio della comunità cristiana, l’inizio della chiesa che sarà rafforzata con l’invio dello Spirito Santo per continuare l’opera di Gesù.
Cielo e terra
Perché state a guardare il cielo?
+ È giusto guardare il cielo. Come i corridori del giro d’Italia in questi giorni, Gesù sale per la sua tappa finale, sale sul podio della missione compiuta, della vittoria per essere coronato Capo e Salvatore. La sua salita al cielo lascia una traccia, una traiettoria verticale che punta verso Dio. Noi tutti siamo chiamati a salire dietro a Lui. “La nostra vita non è limitata da cose materiali, terrene, ma si apre all’assoluto, all’infinito, e il nostro cuore non è sazio, se si nutre solo di beni materiali… Il nostro cuore è inquieto, finché non riposa in lui”.
+ Ed è giusto guardare terra e al compito che ci aspetta. Che cosa sarebbe una fede che guardasse solo verso il cielo? Diverrebbe una fuga, una evasione, una mancanza di coraggio, dimenticando che Gesù ha abitato e amato la terra.
Guardiamo la terra! Prendiamo coscienza del nostro compito di proclamare il vangelo e di essere testimoni. «Il posto del cristiano è il mondo per annunciare la parola di Gesù, per dire che siamo salvati, che lui è venuto per darci la grazia, per portarci tutti con lui davanti al Padre».
Guardiamo la terra! Viene in mente il coraggio di Papa Francesco che con la lettera enciclica “Laudato sii” ci interpella a guardare il pianeta che sta attraversando una crisi molto grave. Secondo l’ultimo rapporto dell’ONU, ci sarebbero solo 11 anni di tempo per modificare gli stili di vita e le modalità di produzione che stanno impoverendo la terra. I giovani e i ragazzi di Greta Thunberg con le loro manifestazioni e sensibilità hanno sottolineato l’emergenza. I cambiamenti climatici stanno dimostrando drammaticamente le conseguenze.
Guardiamo la terra! Francesco offre alcune piste di maturazione umana, per esempio, riscoprire: “l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita.(LS 16).
A noi la responsabilità di raccogliere la sfida!
A noi la responsabilità di non separare la terra dal cielo!
D.G. Vicenza, 30 maggio ’19
- Siamo proprio così sicuri di conoscere i “meccaismi perversi” che generano questo mondo si iniquità e ingiustizie?
- Quale contributo possiama dare per immettere ‘speranza, pienezza di umanità e solidarietà’ nella storia di oggi? (vedi Chiesa Viva, maggio 2019)
PADRE PIETRO UCCELLI
La fama di santità lo accompagnò per tutto il resto della vita, anima semplice e di carattere allegro, era innocente e limpido, rimanendo così fino alla morte, avvenuta il 29 ottobre 1954 nella casa dei Missionari Saveriani a Vicenza, dove le spoglie sono conservate nella chiesetta attinente alla casa stessa di Vicenza.






