[dal sito delle Missionarie Saveriane] *
Né Pilato né Erode riescono a trovare una colpa che giustifichi la condanna alla croce di Gesù.
Se la fanno rimbalzare dall’uno all’altro, come un boccone amaro che nessuno dei due vorrebbe mandar giù.
Ma la gente, inferocita, grida sempre più forte. E non v’è legge né clemenza che riesca ormai a fermare la furia omicida. Gesù è abbandonato nelle loro mani, inerme e povero come non mai. Eppure, in quell’ultimo tratto di strada che lo separa dal Golgota, Gesù non è solo. L’accompagna Simone, un uomo mai visto prima, uno fra tanti. Era un cireneo, uno straniero del nord Africa. Non si sa per quale ragione si trovasse a passare di lì. Senza volerla e senza cercala, si è visto piombare addosso una croce, impostagli dalla soldataglia. E Simone se la tiene, in silenziosa obbedienza, caricandola sulle spalle, inerpicandosi su per le viuzze della Città santa, dietro a un uomo innocente come lui.
Non ci vogliono buone ragioni né particolari colpe per caricare una croce. Ti piomba addosso e basta.
Potresti cercare di fuggire, di maledire le circostanze, la violenza del potere, l’arbitrarietà del destino. Simone, discepolo dell’ultima ora, la fa sua e segue Gesù per il sentiero che era destinato ai peggiori malfattori. E dietro di loro si forma una processione di popolo e di donne che si battevano il petto facendo lamenti su Gesù, quasi a voler smorzare con il loro pianto il grido terribile della condanna alla crocifissione. E sono per loro le prime parole che Gesù pronuncia dopo l’assordante silenzio davanti al sinedrio prima, e davanti a Erode e Pilato dopo.
«Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli!» Si sentono spezzare il cuore quelle donne, perché potrebbe essere loro quel figlio condannato al patibolo. Ma è meglio che tengano in serbo le loro lacrime. Giorni verranno in cui vedranno morire ancora tanti figli ad opera degli stessi tiranni che hanno decretato la morte di Gesù. Gerusalemme, che non ha voluto riconoscere il giorno in cui è stata visitata da Dio, su cui Gesù aveva pianto, verrà distrutta dai romani. Ancora violenze e morti attendono il mondo. Neanche Gesù vi sfugge.
Solo convertendo il cuore c’è ancora speranza che il male non abbia l’ultima parola.
A chiudere la processione dietro a Gesù ci sono due malfattori, gli ultimi compagni di viaggio, uno scherno in più per chi si era illuso di essere il re dei giudei.
Eppure, in quell’ora di morte e di estremo avvilimento, nasce il primo santo del Vangelo.
Dei due malfattori, uno maledice e l’altro pronuncia il verdetto di assoluzione dell’Innocente: «Non ha fatto nulla di male!». E prega l’amico Gesù di essere ricordato quando entrerà nel suo Regno. Ma il Regno è lì, oggi, appeso a una croce, lì, in quell’amore fedele che non abbandona nessuno, neanche il più reietto tra gli uomini, neanche nella fine più atroce che si potesse immaginare. È lì, in Gesù che si abbandona con fiducia alla morte consegnando al Padre e al mondo il suo soffio di vita.
E quel soffio risorgerà in lui, in noi, in chi crede a quel pazzo Amore.
I giovani che sono tra di noi vengono da vari paesi di tutti i continenti (Camerun, Indonesia, Messico, Burundi, Brasile, ecc) formando così una vera comunità internazionale.





