“Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che li guida alla salvezza.”
(Ebrei, 2,9)
Assolutamente incomprensibili appaiono per noi queste parole della lettera agli Ebrei. Perché “conveniva”? E perché è “per mezzo delle sofferenze” che Dio ha reso perfetto colui che guida i suoi fratelli e sorelle alla pienezza cui Dio li destina?
Noi non sappiamo, e non per nulla questo Triduo santo è un mistero e lo resterà nei secoli. Perché è stato necessario che il Figlio di Dio fatto uomo soffrisse tanto per diventare “perfetto”? Sono parole che evocano l’inizio del capitolo 13 di Giovanni, l’inizio della passione: “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine”, cioè fino alla perfezione, al compimento.
Sono parole che ci spaventano perché, se sono vere per lui, lo sono anche per noi. E chi vorrebbe passare per questo crogiolo? Noi che non cessiamo di lanciare verso Dio i nostri “perché?”, i nostri rimproveri, le nostre rimostranze. O che abbiamo cessato di lanciarli, perché non crediamo più che ci sia o che comunque abbia qualcosa a che fare con il nostro quotidiano.
Forse non esiste risposta logica. La filosofia tace. Dobbiamo lasciare i libri e i ragionamenti per scendere nelle strade della storia, incrociare i volti, leggere gli sguardi. Confrontarli, pur senza giudicare. Devo guardare in volto Anne Marie, vedova con sette figli che passa le mattinate cercando un cantiere dove possa trasportare la sabbia, per guadagnare qualcosa. Che circola con pochi frutti d’avocado e macina salite e discese per chiedere a chi ha preso i suoi frutti a debito il pagamento, ed è contenta di trovare così qualche erba a sera da cucinare ai suoi figli.
Quello sguardo che viene dal profondo della storia, come l’arrivo visibile di una lunga catena di dolore, di fatica, di umiliazione, di resistenza, di resilienza per amore. Anche il suo sguardo sfocia nel mistero, comunica una verità ignota a chi vive nell’abbondanza e si bea nel piacere e nel culto della propria immagine. Anne Marie è un albero che il dolore ha scosso di tutto il superfluo per non lasciare che l’impegno di amare con tutte le sue fibre e a qualunque prezzo.
Forse bisogna scendere nelle viuzze dove abita in affitto Anne Marie per incrociare la risposta. Per imparare l’umanità senza orpelli. Per integrare anche noi la parte di sofferenza che incontriamo non come distruttiva ma come vento che scuote i rami perché più liberi tendano al cielo.
Di fronte alla sofferenza del mondo, noi dobbiamo essere come Léonie, la mamma della sua comunità di base che l’accompagna e sostiene la sua causa. Sollevare tutto il dolore del mondo al prezzo del nostro. Come ha fatto Gesù. Dio solo sa come attraverso questo anche noi saremo per grazia sua purificati.
I giovani che sono tra di noi vengono da vari paesi di tutti i continenti (Camerun, Indonesia, Messico, Burundi, Brasile, ecc) formando così una vera comunità internazionale.






