«La legge marziale in Ituri e nord Kivu non sarà revocata fin quando non scompariranno le circostanze che l’hanno motivata» (il presidente della repubblica)
INDICE
- 1. DUE DICHIARAZIONI
a. La dichiarazione del Dott. Dénis Mukwege, premio Nobel per la pace 2018
b. Il rapporto del Kivu Security Tracker
c. Altre comunicazioni - 2. L’8ª PROROGA DELLA LEGGE MARZIALE
- 3. ALCUNI DEGLI ATTACCHI “ATTRIBUITI” ALLE ADF
a. Nord Kivu
b. Ituri
1. DUE DICHIARAZIONI
a. La dichiarazione del Dott. Dénis Mukwege, premio Nobel per la pace 2018
Il 9 settembre, in una sua dichiarazione, il dottor Denis Mukwege, premio Nobel per la pace 2018, ha deplorato la persistenza dei massacri di persone civili nell’Ituri e nel Nord Kivu, due province in cui vige la legge marziale dallo scorso maggio:
«È con grande sgomento che abbiamo appreso dei recenti massacri nel Nord Kivu e nell’Ituri. Mentre almeno 19 persone sono state uccise il 27 agosto 2021 nel Territorio di Beni, almeno altre 30 sono state massacrate il 3 settembre 2021 nel Territorio di Irumu, in attacchi attribuiti a miliziani delle Forze Democratiche Alleate (ADF).
La popolazione di questi territori vive costantemente nella paura e nell’orrore. La loro vita quotidiana è caratterizzata da atrocità inimmaginabili che colpiscono profondamente la coscienza umana: massacri su larga scala, incendi di villaggi, saccheggi e stupri commessi con estrema violenza. Il numero di persone uccise dalle ADF a partire dal 2013 è di circa 6.000 morti, nonostante la presenza della MONUSCO e della Brigata di Intervento che operano in appoggio delle Forze Armate della RDC, in base al Capitolo VII delle Nazioni Unite che autorizza il ricorso a tutti i mezzi militari necessari per mantenere o ripristinare la pace e la sicurezza.
Questa situazione tragica e scandalosa non è più sopportabile.
Nonostante la legge marziale attualmente vigente nel Nord Kivu e nell’Ituri, il livello della sicurezza in queste due province non sembra migliorare e la drammatica crisi umanitaria che le popolazioni civili stanno vivendo si sta trasformando in una vera e propria crisi umanitaria.
La situazione che prevale in questa regione colpita da decenni di conflitti armati è la seconda crisi umanitaria più grave al mondo. Basta ricordare che, nella RDCongo, gli sfollati interni sono 5,2 milioni di persone. Inoltre, i conflitti che hanno devastato il nostro Paese per 25 anni sono i più cruenti dalla seconda guerra mondiale in poi.
Di fronte al fallimento delle soluzioni politiche e militari, siamo convinti che il cammino verso una pace duratura richiederà il ricorso a tutti i meccanismi di una giustizia appropriata a situazioni post-conflitto (giustizia di transizione). Infatti, come ogni popolo, le vittime congolesi e la società congolese nel suo insieme hanno diritto alla verità, alla giustizia, alla riparazione e alla garanzie di non reiterazione delle atrocità.
Esortiamo dunque il Presidente della Repubblica a porre la lotta contro l’impunità e il ricorso alla giustizia di post-conflitto e di transizione al centro della strategia di uscita della Missione dell’ONU (MONUSCO) dal nostro Paese. Lo invitiamo a chiedere l’approvazione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che istituisca, senza indugio, un gruppo di investigatori che, integrato nel Comitato congiunto delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, comprenda, tra altri, degli esperti in antropologia forense (medico-legale), abilitato a riesumare i corpi sepolti nelle numerose fosse comuni dell’est del paese e a raccogliere ed esaminare le prove di atti che potrebbero costituire dei crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di genocidio perpetrati nella RDCongo.
Inoltre, è giunto il momento che il Capo dello Stato concretizzi il suo impegno ad adottare una strategia nazionale olistica di giustizia di transizione e di post-conflitto, chiedendo espressamente alle Nazioni Unite l’istituzione di un Tribunale Penale Internazionale per la Repubblica Democratica del Congo e l’appoggio per l’introduzione, nel sistema giudiziario congolese, di camere specializzate miste, per rendere giustizia alle vittime dei crimini più gravi e porre fine alla cultura dell’impunità che alimenta i conflitti nel nostro Paese dagli anni 1990».[1]
b. Il rapporto del Kivu Security Tracker
Il 15 settembre, in un comunicato, il Kivu Security Tracker (KST), un’iniziativa congiunta di Human Rights Watch e Congo Study Group, a affermato che, dall’entrata in vigore della legge marziale, il 6 maggio, fino al 10 settembre, nelle province di Ituri e Nord Kivu, i diversi gruppi armati, alcuni dei quali non identificati, hanno ucciso almeno 672 persone e le forze di sicurezza congolesi ne hanno ucciso altre 67.
«Se il governo congolese ammette la necessità di rendere più sicure le province dell’Ituri e del Nord Kivu, l’imposizione della legge marziale non ha permesso di raggiungere tale obiettivo», ha dichiarato Thomas Fessy, ricercatore principale di Human Rights Watch per la Repubblica Democratica del Congo, aggiungendo: «Benché il governo congolese cerchi di presentare le sue azioni come successi militari, molti abitanti dell’est della Repubblica Democratica del Congo vivono ancora nella costante paura del successivo massacro».
Negli ultimi anni, molti omicidi e rapimenti perpetrati nel territorio di Beni (Nord Kivu) e, più recentemente, nel vicino territorio di Irumu (Ituri) sono stati attribuiti al gruppo armato delle Forze Democratiche Alleate (ADF).
I giovani che sono tra di noi vengono da vari paesi di tutti i continenti (Camerun, Indonesia, Messico, Burundi, Brasile, ecc) formando così una vera comunità internazionale.






