DR Congo, N. Kivu: Esercito nazionale e truppe straniere contro i gruppi armati
OLTRE IL MOVIMENTO DEL 23 MARZO (M23): LA MULTIFORME INSICUREZZA DELL’EST DEL CONGO
“Benvenuti in Congo, un Paese aggredito”, aveva dichiarato il 10 marzo 2023 il presidente congolese Félix Tshisekedi ai membri della delegazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che si era recata nella Repubblica Democratica del Congo (RDCongo). Il presidente si riferiva chiaramente al Movimento del 23 marzo (M23), un gruppo armato militarmente sconfitto nel 2013 e riemerso con forza alla fine del 2021. Secondo diverse inchieste, tra cui quella del Gruppo di esperti delle Nazioni Unite, l’M23 usufruisce di un appoggio sostanziale da parte del Ruanda e dell’Uganda.
La conquista di Bunagana, una strategica cittadina di frontiera tra la RDCongo e l’Uganda, il 13 giugno 2022, è stata una prima importante vittoria dell’M23, seguita da una serie di conquiste ben oltre il territorio di Rutshuru, zona di origine di questo gruppo armato. Gli scontri tra l’M23 e l’esercito congolese hanno costretto più di 600.000 congolesi a fuggire dai loro villaggi, abbandonando le loro case e i loro campi.
L’ondata di indignazione che si è diffusa tra la popolazione congolese in seguito alla ripresa delle ostilità da parte dell’M23 è comprensibile e legittima. In effetti, la popolazione locale ricorda ancora i gravi crimini commessi dall’M23 nel 2012-2013 e dai suoi predecessori (il CNDP, l’RCD e l’AFDL). Nonostante l’esistenza di rapporti che li documentano, quei crimini rimangono ancora impuniti, ciò che permette all’M23 di continuare a compierne ancora oggi.
Secondo i dati forniti da Kivu Security Tracker, dalla presa di Bunagana, il 13 giugno 2022, fino ad oggi, almeno 277 civili sono stati uccisi e altri 132 sono stati sequestrati dall’M23. Inoltre, l’insediamento di una pubblica amministrazione parallela da parte dell’M23 e la stretta vicinanza geografica con il Ruanda fanno temere una balcanizzazione del Congo, senza dimenticare che la riscossione delle tasse su persone e merci da parte dell’M23 sottrae una grande quantità di entrate alle casse dello Stato.
Tuttavia, l’instabilità e l’insicurezza dell’est del paese va ben oltre l’M23, anche se appoggiato dal regime ruandese. Molti altri gruppi armati, stranieri e locali, continuano a seminare il terrore, senza purtroppo attirare la stessa attenzione di cui ultimamente usufruisce l’M23. Secondo i dati del Kivu Security Tracker, nelle province del Nord Kivu, Ituri e Sud Kivu, dal 13 giugno 2022 in poi, almeno 2.274 persone civili sono state uccise e altre 1.267 sequestrate da vari gruppi armati e da membri dei servizi di sicurezza.
Grazie a una concentrazione delle operazioni militari sull’M23, gli altri gruppi armati hanno potuto intensificare le loro attività criminali ed estendere la loro presenza in altre zone in cui erano finora assenti. È il caso, per esempio, delle Forze Democratiche Alleate (ADF), un gruppo armato di origine ugandese, e della Cooperativa per lo Sviluppo del Congo (CODECO), un gruppo armato composto da membri appartenenti all’etnia Lendu. Entrambi attivi nel Nord Kivu e nell’Ituri. Paradossalmente, la ricomparsa dell’M23 ha contribuito a rafforzare questi due gruppi armati, in quanto vari contingenti dell’esercito congolese finora impegnati in operazioni militari contro di loro nei territori di Beni e dell’Ituri, sono stati trasferiti in altre zone (territori di Rutshuru, Masisi e Nyiragongo) per combattere l’M23, aggravando ulteriormente la situazione di insicurezza nelle zone colpite dalle ADF e CODECO.
Gli attacchi delle ADF si sono ampliati e intensificati.
Dal 2014, le ADF hanno condotto sistematici attacchi contro la popolazione civile nella regione di Beni (Nord Kivu). Le offensive militari, condotte contro di loro dall’esercito congolese dal 2014 in poi, non sono ancora riuscite né a proteggere la popolazione civile, né a sconfiggere questo gruppo armato. Nemmeno il dispiegamento di unità speciali dell’esercito ugandese, in novembre 2021 e nell’ambito dell’operazione militare denominata “Shujaa”, ha prodotto risultati tangibili. Al contrario, gli attacchi delle ADF si sono addirittura estesi nella vicina provincia dell’Ituri, in particolare nei territori di Mambasa e di Irumu.
Il dispiegamento di truppe dell’esercito ugandese nell’ambito dell’Operazione Shujaa stenta a produrre risultati soddisfacenti. Annunciata come un’operazione contro le ADF, questa offensiva si è concentrata principalmente nei pressi della frontiera con l’Uganda, in protezione delle attività della Dott Services, una società ugandese cui è stata affidata la riparazione della strada Beni-Kasindi. Pur avendo creato alcune “isole sicure” in zone di interesse geostrategico ed economico per l’Uganda, l’operazione Shujaa non ha fatto che disperdere le ADF verso zone più interne piuttosto che sconfiggerle militarmente.
Inoltre, l’attenzione militare, politica e mediatica da parte del governo congolese nei confronti delle atrocità commesse dalle ADF, è notevolmente diminuita con la ricomparsa dell’M23 nel mese di novembre 2021. Infatti, gli attacchi delle ADF contro le popolazioni civili sono continuati con un’intensità senza precedenti. Secondo i dati del Kivu Security Tracker, dal 13 giugno 2022 in poi, data in cui l’M23 ha preso il controllo su Bunagana (Nord Kivu), le ADF hanno ucciso 761 persone civili e sequestrato 490.
Infine, la risposta dello Stato a questa grave crisi è stata finora inefficace. La legge marziale in vigore dal 6 maggio 2021 non ha dato luogo ad alcuna sostanziale offensiva militare contro le ADF.
La CODECO continua a seminare il terrore nella più totale impunità.
Portando il nome di una cooperativa agricola Lendu creata negli anni 1970, la Cooperativa per lo Sviluppo del Congo (CODECO) è uno dei protagonisti di un nuovo ciclo di conflitti che colpisce Ituri dal 2017. Se l’ex CODECO non era un gruppo armato, aveva comunque mantenuto stretti rapporti con l’FRPI, uno dei gruppi armati attivi nella guerra dell’Ituri tra il 1998 e il 2007. Dieci anni dopo, l’Ituri è nuovamente precipitato nella violenza. Nel mese di dicembre 2017, nel territorio di Djugu (Ituri) sono ripresi degli attacchi e degli scontri. In seguito alla morte di un sacerdote Lendu e di un gruppo di giovani che avevano attaccato un posto militare, la situazione è rapidamente peggiorata, portando all’avvento dell’attuale CODECO, un raggruppamento di diverse fazioni armate, prevalentemente Lendu e con radici nell’ex ribellione del FNI.
La reazione dello stato a queste violenze è stata molto debole. L’operazione militare “Zaruba ya Ituri” lanciata nel mese di giugno 2019 non ha fatto che disperdere le varie fazioni della CODECO, senza sconfiggerle militarmente. L’inefficacia del governo di fronte all’ondata delle violenze che hanno sconvolto i territori di Djugu e Mahagi nel 2018 e nel 2019 ha portato alla creazione di altri gruppi armati, tra cui “Zaire” e “Gioventù”, composti prevalentemente da membri di etnia Hema. Ciò che nel passato sembrava solo un conflitto intercomunitario, ora è diventato un conflitto che colpisce l’intera provincia e tutte le comunità etniche dell’Ituri.
I giovani che sono tra di noi vengono da vari paesi di tutti i continenti (Camerun, Indonesia, Messico, Burundi, Brasile, ecc) formando così una vera comunità internazionale.





