[dal sito delle Saveriane - Scritto da Mireille Tausi Milumbu] *
Dopo due anni di studio della lingua, la saveriana congolese Mireille ha cominciato il suo servizio missionario a Naan, nel nord della Thailandia. Le abbiamo posto alcune domande.
Ci puoi parlare di Naan e della sua popolazione?
Naan è una provincia del nord della Thailandia, con una superficie di circa 11.500 km2 e circa mezzo milione di abitanti, un decimo dei quali appartenenti a tribù di montagna. Insieme ad altre tre province, costituisce la diocesi di Chiangrai, eretta nel 2018 dividendo la grande diocesi di Chiangmai.
La maggiore parte della popolazione vive dell’agricoltura e particolarmente della coltivazione del riso. Poiché la vita dei campi non è facile, molti migrano verso le città per cercare lavoro, lasciando spesso ai nonni la cura dei nipoti. Ci sono non pochi casi di famiglie separate. Il problema sociale più forte è l’uso della droga: benché sia illegale, tanti non riescono a liberarsene.
Il Buddhismo è la religione praticata dalla maggioranza della popolazione thai, cui si aggiunge una sorta di religiosità ancestrale che loro stessi chiamano “culto agli spiriti”. Questi spiriti sono anime dei parenti defunti che possono fare del bene o del male ai vivi e che quindi occorre tener buoni con i sacrifici. Queste credenze sono presenti anche nei cristiani che a volte si trovano a camminare su due binari.
La provincia di Naan conta un totale di circa duecentocinquanta cristiani cattolici dispersi in dieci villaggi; ci sono due parrocchie, una, iniziata nel 2016, con un sacerdote locale e due suore di Maria Bambina, giunte l’anno seguente; l’altra, con un prete redentorista e noi saveriane.
Come mai vi siete stabilite a Naan?
Noi saveriane siamo arrivate a Naan nell’aprile 2014 su richiesta del vescovo di Chiangmai, che ci aveva chiesto di essere di sostegno alle piccole comunità cattoliche sperse nei villaggi, rimaste per un lungo tempo senza un appoggio spirituale all’infuori della Messa assicurata una volta al mese dal sacerdote redentorista. Alcuni cristiani infatti avevano lasciato il cristianesimo per tornare alle loro religioni e altri erano rimasti ma demotivati.
In realtà il termine di comunità cristiane si può applicare solo a due villaggi, negli altri si tratta di presenze di singoli cristiani, a volte di una o due famiglie. Siamo presenti anche per il primo annuncio ai non cristiani.
Ben presto le sorelle si sono messe a ristrutturare l’abitazione data dalla diocesi e a visitare i diversi villaggi, ben distanti gli uni dagli altri. Oggi siamo impegnate soprattutto nell’animazione missionaria con bambini e giovani, nelle visite alle famiglie e nelle carceri, nel catecumenato e nella formazione ai sacramenti di adulti e ragazzi, nella commissione biblica diocesana, e nell’insegnamento dell’inglese.
Com’è la tua presenza a Naan?
Sono arrivata nella comunità di Naan nel febbraio 2018, dopo due anni di studio della lingua a Bangkok. In comunità siamo quattro sorelle: due italiane, una brasiliana e io congolese.
Sia a Bangkok che a Naan, sono stata ben accolta dai Thailandesi. Sono una curiosità per loro: la mia presenza è qualcosa che li chiama a venire per veder bene ciò che hanno intravisto e così nasce il dialogo nella semplicità. Trovo tanti fatti culturali simili, tra Thailandia e Congo, per cui capisco bene tante loro reazioni. Un’insegnante mi ha detto una volta: “Sister, gli occidentali non capiscono noi”, e io mi sono trovata subito associata a questo “noi”.
In questo periodo, insegno un po’ d’inglese in un villaggio a poco più di un Km da casa nostra e faccio la catechesi ai bambini per la prima comunione. A scuola, i bambini sono desiderosi di imparare l’inglese e quindi è un’esperienza positiva e incoraggiante. Invece, nel villaggio dove vado per la catechesi, i bambini cristiani non sono interessati e neppure i loro genitori. Mi trovo in qualche modo a doverli forzare a venire alla catechesi. Parto da casa ogni venerdì pomeriggio con un’altra sorella e torniamo al sabato sera. Il venerdì passo nelle famiglie a ricordare loro che all’indomani c’è la catechesi. E al sabato mattina passo casa per casa per ricuperare i bambini: altrimenti nessuno verrebbe. Per questo dico che mi sembra di forzarli. Riesco a radunare solo cinque bambini, altri mi vedono e fuggono. Questi cinque normalmente vengono con dei loro amici buddhisti, che sono a volte più motivati di loro. Quest’esperienza è molto pesante: sembra di perdere per niente energie che si potevano investire in altre missioni dove la gente manifesta veramente la sete del Vangelo.
Che cosa ti ha colpito maggiormente?
Mi ha molto colpito il coraggio delle sorelle di abitare nel luogo dove siamo, una casa isolata, un tempo luogo di cure per persone malate di AIDS, situata a oltre un km dal villaggio, in mezzo a tanti alberi, dove si sentono solo canti di uccelli. Mi ha anche colpito il modo in cui le sorelle hanno impostato la loro presenza: uscire per andare incontro all’altro, attraverso semplici visite. Da lì è nata una relazione di fiducia con la gente e si sono individuati i settori in cui possiamo intervenire e il modo.
Mi ha anche colpito la devozione del popolo al re Rama IX, morto circa due anni fa, e anche l’impegno di questo re per il bene del suo popolo. Ancor oggi, tutti lo conservano molto vivo nella memoria e lo chiamano “padre”. Il popolo thailandese tiene molto alle sue tradizioni: è un valore che fonda l’identità personale e l’amore alla patria, ma nello stesso tempo distoglie dall’apprezzare le culture altrui. È sopranominato “il popolo del sorriso”: è con il sorriso che un thailandese esprime l’accoglienza, superando il proprio problema per mettere l’altro al suo agio.
I giovani che sono tra di noi vengono da vari paesi di tutti i continenti (Camerun, Indonesia, Messico, Burundi, Brasile, ecc) formando così una vera comunità internazionale.





