DA 50 ANNI IN MISSIONE, CON ANCORA TANTO DA IMPARARE
Carla Zagato, saveriana originaria di Merate (Lecco), è ripartita per lo stato brasiliano del Paranà il14 novembre 2019. La sua prima partenza per questo Paese risale a cinquant’anni fa, nel marzo 1969.
Alla vigilia del suo rientro in Brasile le abbiamo posto alcune domande.
Che significato ha avuto per te questo tempo trascorso in Italia?
È stato un tempo favorevole, che ho vissuto intensamente. I molti incontri, sia di persone che di luoghi, mi hanno riempita di gioia. Desideravo celebrare i 50 anni di missione, dentro agli 80 anni di vita e così è stato.
La sorpresa più grande è stata l’invito a partecipare a Roma all’apertura del Mese missionario straordinario e a ricevere dalle mani del Papa il crocifisso missionario. Riparto ora con un nuovo invio della chiesa.
Un’altra grande gioia è stata incontrare, in una serata, i rappresentanti dei gruppi missionari dei Decanati di Merate e Brivio. Li avevo accompagnati intorno al 2.000 e da allora con alcuni di loro si è stabilita una relazione non solo di gruppo ma anche di amicizia personale e di famiglia. Il gruppo Missionario di Merate ha poi organizzato un pranzo di saluto, squisito non solo per i piatti ma anche per il ritrovarsi fra persone dei gruppi missionari, persone amiche e qualche parente. Nella mia parrocchia attualmente ci sono suore della Repubblica democratica del Congo e un sacerdote indiano: si respirava un clima missionario e di scambio fra le chiese.
Che impressione hai avuto della Chiesa italiana in questo breve periodo?
Si vanno spegnendo alcune tradizioni (es. processioni), ma d’altra parte c’è un bel senso di condivisione, di interesse per l’altro, per il bene comune. Rimane vivo il desiderio di aiuto alla missione, anche attraverso piccoli o grandi sacrifici personali e familiari.
Che cosa hai voluto soprattutto comunicare dei tuoi cinquant’anni?
Ho detto che la missione è più un ricevere che un dare. Il popolo brasiliano mi ha arricchita con la sua sensibilità umana e spirituale, con la sua genialità nell’affrontare e superare le difficoltà della vita. Quello che sono adesso, lo devo in buona parte anche a loro.
C’è stato un processo, una crescita. Parti col desiderio di annunciare, aiutare, promuovere; col tempo capisci che prima di tutto le persone vanno ascoltate, accolte, per poi assieme trovare e mettere in atto le risposte alle necessità umane, alle situazioni di povertà familiare e sociale fino alle grandi questioni della vita.
Puoi dare un esempio?
A Morro Doce, quartiere periferico di San Paolo, dove viviamo, la gente ci ha chiamate per essere con loro a proteggere le abitazioni dalla polizia venuta con cani e trattori per distruggerle perché costruite in terreni non appropriati. La gente ha creduto nella nostra disponibilità a stare con loro in quel momento e a intervenire in difesa loro e delle loro abitazioni. Così nelle comunità di base di Londrina (Cebs), in lotta per il diritto alla terra e alla casa: si discuteva, si prendevano insieme decisioni, si organizzava assieme e assieme si condividevano i compiti. E questo ha portato i suoi risultati.
Non c’è mai stato un problema della gente di cui avete detto: non ci riguarda?
No, anzi, ogni volta che ci siamo trovate in questi problemi umani e sociali, abbiamo partecipato proprio come chiesa, magari un’ala di chiesa un po’ criticata ma serena perché fondata sulla parola di Gesù: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25). Anche perché non ci si limitava al sociale: il lavoro quotidiano era di evangelizzazione nel senso stretto della parola.
Come immagini la missione ora?
Arrivata a questo punto della vita, credo che il tempo che il Signore mi dona è ancor più grazia su grazia, benedizione su benedizione e il desiderio più grande è di vivere una missione più semplice, più quotidiana, nello studio e nella preghiera, in una dedicazione costante e assidua al Signore, per vivere la preghiera del cuore.
Pensi che sia missione anche questo?
Oh sì, perché, come testimonia santa Teresa di Lisieux, è proprio nella preghiera, e nella preghiera del cuore, che riesci a raggiungere non solo il Brasile ma l’umanità intera, passando dalla missione locale alla missione universale. E questo è un grande dono.
Che cosa auguri alla chiesa italiana?
Di non aver timore di manifestare anche esternamente la sua fede con gesti ed opere: si riesce ad accettare l’altro con la sua cultura e tradizione se si è ben radicati nelle proprie. Se mantiene le sue radici di fede trasmesse dai padri, potrà aprirsi alle altre, senza perdere ma arricchendo le sue.
Qual è il segno più parlante per chi non crede?
A partire da quanto ho imparato dal modo di vivere dei brasiliani, il segno più parlante penso sia quello di comunità gioiose, che sanno ascoltare e accogliere. Anche la carità, se non è accompagnata da un modo gioioso, non convince.
Quale preghiera fai in questa tua partenza?
Chiedo al Signore di imparare ad essere fedele per incontrarlo sempre più, in un modo personale. Se la vita è sempre stato tempo di grazia, da qui in avanti lo è maggiormente. Chiedo di imparare l’arte di invecchiare: accettare i possibili cambiamenti, senza perdere la mia identità.
Fra le frasi che mi hanno accompagnato, ritorna in me la parola “grazie”, ossia “obrigada”, che desidero usare fino alla fine. Una fine che apre a un nuovo.
Fonte: sito delle Missionarie Saveriane.
I giovani che sono tra di noi vengono da vari paesi di tutti i continenti (Camerun, Indonesia, Messico, Burundi, Brasile, ecc) formando così una vera comunità internazionale.





