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DEVO IMPARARE ANCORA UNA TERZA COSA: NON DEVO ABITUARMI

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Non devo uccidere
non devo tradire.
Questo lo so.
Devo imparare ancora una terza cosa:
Non devo abituarmi.

Recita così uno degli scritti di Erich Fried, poeta austriaco ebreo. Costretto ad abbandonare Vienna per Londra dopo l’occupazione nazista, morì in Germania nel 1988. Lavorò come bibliotecario, operaio chimico, giornalista e commentatore radio alla BBC. Forse per esperienza personale ha colto e sottolineato ciò che ha rischiato di condurlo alla scontatezza della vita. L’abitudine, lo sappiamo per esperienza, è gloria e miseria degli umani. Struttura mentale e aiuto a sbrigare le mille sfide del quotidiano. Allo stesso tempo terribile spegnimento e normalizzazione di ciò che, in definitiva, rende la vita degna di essere vissuta. 

Com’è noto, la parola abitudine deriva dal latino antico habituare. Si trasforma poi in habitus, modo di essere che ci condiziona, confeziona e ci “veste” come qualcosa che ci sembra naturale. I sinonimi più comuni sono “avvezzare e assuefare”. Entrambi i verbi portano il peso, appunto, dell’abitudine. Finché poi, senza destare sospetto e nel trascorrere del tempo, come nel noto diario di Cesare Pavese, la vita diventa un mestiere. Una vita che cospira per abituarci a tutto. Dalla lista dei morti alle frontiere, alle guerre senza fine, alle violenze quotidiane e perfino alla bellezza. Ci si abitua a tutto e tutti. All’esilio, al carcere, alle menzogne e al sopruso. Ci si avvezza alla vita e all’ostinata presenza della morte. Alle democrazie di facciata e alle dittature militari come alla politica spettacolo. Ai genocidi come alla fame nel mondo e al capitalismo come religione. Ci si abitua anche all’assenza di Dio.

Perché se mi abituo,
tradisco
quelli che non si abituano.
Perché se mi abituo,
uccido quelli che non si abituano
al tradire
e all’uccidere
e all’abituarsi.

Abituarsi alla sofferenza dell’altro e alla complicità con l’ingiustizia perpetrata da chi detiene il potere è dunque, secondo Erich Fried, tradimento e uccisione di coloro che hanno resistito all’assuefazione. A qualche giorno dall’anniversario del Genova Social Forum in occasione del G8 del luglio 2001, queste parole diventano profezie. Aiutano a leggere il presente, bagnato dalla speranza, e reiterano la promessa di un altro mondo che è possibile.

Se mi abituo anche solo all’inizio,
inizio ad abituarmi alla fine.

Il ripudio della guerra, stampato sulla Costituzione Italiana e puntualmente tradito da allora, dovrebbe tradursi nel ripudio all’abitudine di ogni forma di tradimento dell’umano. Ci siamo fin troppo abituati all’inizio ed è forse giunta l’ora di non assuefarsi alla fine.

© Foto: Corriere.it



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