UN NUOVO VOLTO DELLA CHIESA?
La pretesa di tornare alla “Chiesa delle origini”, come modello unico e normativo rappresenta un’operazione ambigua e rischiosa.
Che cosa significava “Chiesa” per i primi cristiani? Perché si parlava di “Chiese” al plurale invece che al singolare? Il Seminario di “Biblia” (Cortina d’Ampezzo, 27 giugno-2 luglio 2023) ha cercato di rispondere a queste domande sorte dal confronto – avviato negli anni precedenti – tra gli Atti degli apostoli (oltre ai rimandi paolini) e gli apocrifi del Nuovo Testamento. La scelta di una sola narrazione “ufficiale” – per esempio, gli Atti – non spiega il sorgere di varie comunità differenti e autonome, quali quelle di Gerusalemme, Antiochia, Corinto, Roma ecc. Da qui la necessità di un confronto approfondito tra gli Atti e, in particolare, le lettere paoline.
LA PRETESA DI TORNARE ALLE ORIGINI
La pretesa di tornare alla “Chiesa delle origini”, come modello unico e normativo rappresenta un’operazione ambigua e rischiosa. In quest’ottica, gli Atti sarebbero “la” storia del tempo aureo della Chiesa voluta da Cristo. Uno studio critico di Atti e il confronto con altri scritti, sia del Nuovo Testamento, sia di testi coevi, sconfessa tale pretesa.
Un esempio: il Paolo di Atti non coincide in tutto con il ritratto che lo stesso traccia di sé nell’epistolario. In At 18 viene narrata la fondazione della Chiesa di Corinto da parte di Paolo, non si fa però alcuna menzione dei conflitti da lui descritti nella prima lettera a quella comunità. Vi si afferma che ha battezzato molti (cfr. At 18,8), mentre in 1Cor 1,14-16 l’apostolo ringrazia Dio di non avere battezzato alcuno.
Il contrasto tra Pietro e Paolo, nell’incidente di Antiochia, è narrato da quest’ultimo in termini diversi (cfr. Gal 2,11-14) da Luca (cfr. At 15). In Gal 2 è Paolo che, in seguito a una “rivelazione”, si reca a Gerusalemme insieme a Barnaba e Tito, dopo quattordici anni dalla “chiamata” di Damasco. Non è convocato da alcuna autorità, così come il suo ruolo di apostolo non è frutto di un’investitura da parte di chi lo ha preceduto nella fede, ma del Risorto che l’ha “messo da parte” fin dal seno materno (cfr. Rm 1,1; Gal 1,15) per annunciare il Vangelo di Dio. Tito, di origine greca, non obbligato a circoncidersi come avrebbero voluto i “falsi fratelli”, è la prova vivente che Paolo esibisce alle persone “ragguardevoli”, alle “colonne” della Chiesa di Gerusalemme: Giacomo (fratello del Signore), Cefa e Giovanni (cfr. Gal 2,9). Sono loro, secondo Paolo, a doversi conformare al Vangelo. Paolo fa riferimento a un collegio di discepoli – non a un’autorità unica –, con la funzione di garanzia e di vincolo di comunione. Secondo Paolo, non può esservi una Chiesa esclusivamente gentile o giudaica, bensì una Chiesa che viene da entrambi i gruppi. Si comprende meglio la sua critica a Pietro quando ad Antiochia rifiuta la comunione della mensa (con riferimento all’eucaristia), per motivi di purità, insieme ai gentili divenuti cristiani. Per Paolo, è l’ebreo che deve in qualche modo conformarsi al gentile, in nome di un principio più alto, e non viceversa.
TRA STORIA E PARUSIA
Mentre in Luca l’idea di storia assume un ruolo centrale, in Paolo è assente, in quanto considera imminente la parusia. Il ritardo della venuta del Signore porrà nuove domande alle comunità allora ancora indipendenti: come far sopravvivere il messaggio di Gesù dopo la sua morte e quella dei primi testimoni?
Nella prima lettera ai Tessalonicesi (50-52 d.C.), Paolo descrive i responsabili delle varie Chiese in modo generico, come coloro che “faticano tra di voi, che vi fanno da guida nel Signore e vi ammoniscono...” (5,12). L’esortazione è rivolta a tutti allo stesso modo: ciascuno dev’essere responsabile della vita della comunità. L’approccio cambierà nelle lettere pastorali, di epoca più tardiva. Anche a Tessalonica ci sono “presbiteri/anziani” (già presenti nell’organizzazione sinagogale) ed “episcopi” (sorveglianti) ai quali si deve rispetto a motivo del loro “affaticarsi” per tutti. Lo stesso verbo (kopiaō) è attribuito ad alcune donne (cfr. Rm 16,6.12) che hanno lavorato per il Signore, dando ad intendere che Maria, Trifèna e Trifosa avevano a Roma dei ruoli direttivi. L’affaticarsi dei leader stanziali è connesso con l’affaticarsi dei missionari itineranti, come Paolo, che ne fa il suo distintivo: “Ho faticato più di tutti loro” (1Cor 15,10).
Se Paolo rivendica la fondazione di una Chiesa, è anche colui a cui ci si deve riferire per domande e decisioni. L’apostolo, inoltre, deve completare la trasmissione delle parole di Gesù. Per esempio, di fronte al quesito dei Tessalonicesi sulla sorte di coloro che sono morti prima della venuta del Signore, Paolo riferisce parole di Gesù sconosciute ai Vangeli (cfr. 1Ts 4,15). Se Paolo “si affatica”, lo si deve alla sua autorità. Ciò vale anche per i responsabili locali. A tutti costoro si deve obbedienza, stabilendo così una continuità tra Gesù, Paolo e le comunità.
L’ESPERIENZA FONDAMENTALE DI CESAREA
Nella versione lucana dell’episodio di Gerusalemme, lo scontro tra Paolo e Pietro viene taciuto spostando la controversia tra alcuni “venuti dalla Giudea” e Paolo insieme a Barnaba (scompare Tito) prima dell’assemblea che si celebrerà poco dopo. L’episodio si focalizza su due discorsi, quello di Pietro e quello di Giacomo. Pietro si appella all’esperienza fondamentale di Cesarea, in casa di Cornelio: la prima conversione di un gentile non è avvenuta per decisione di Pietro, ma per volontà di Dio. Mentre Giacomo fa un’ermeneutica della Scrittura, citando in particolare i profeti (Am 9,11-12): è giunto il tempo messianico in cui i gentili possono aggregarsi a Israele senza diventare israeliti. Non possono, però, farlo senza qualche passaggio, che non può essere la circoncisione, altrimenti sarebbero ebrei.
Ecco dunque la decisione finale: ai gentili sono richieste osservanze basiche, valide per loro in quanto non sono segni tipicamente ebraici. Il “decreto apostolico” di Giacomo – non di Pietro – pone fine, nella visione idealizzata di Luca, al contrasto con Paolo. Da quel momento Pietro si eclissa in favore di Paolo e dei suoi collaboratori. Il movimento centripeto del Vangelo di Luca, innervato sul cammino di Gesù verso Gerusalemme, è invertito a partire dalle ultime parole del Risorto: “Sarete testimoni di me a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1,8). La corsa della Parola non si arresta con la morte di Gesù. Prosegue prima con coloro che furono testimoni “fin dal principio”, poi con chi ha conosciuto il Risorto per “rivelazione” o grazie al racconto di altri pervenuti alla fede. Non vi è nell’opera lucana e nemmeno nelle lettere paoline l’idea di una successione apostolica. È vero che Giuda verrà “sostituito” da Mattia, ma poi nessun’altro apostolo subirà la stessa sorte.
DA UN’AUTORITÀ COLLEGIALE A UNA SEMPRE PIÙ GERARCHICA
Ne Il Pastore di Erma (140 circa) si legge che a Roma c’erano diversi episcopi e presbiteri. Pian piano si passa, però, da un’autorità collegiale a una sempre più centralizzata e gerarchica. Lo stesso avviene in Asia minore, dove il modello dell’autonomia delle Chiese lascia il posto a uno più accentratore. Le grandi Chiese d’Oriente non prenderanno in considerazione Roma come prima tra le Chiese durante tutto il periodo imperiale e quest’ultima faticherà a giungere a tale ruolo. Il primato di Roma si afferma nella misura in cui si questiona su chi possegga la “vera tradizione” ed è qui che si fa appello alla successione apostolica, escludendo la linea dei maestri, predicatori e profeti, privilegiando una successione di tipo “episcopale”. Mentre Papia di Gerapoli è legato alla successione dei presbiteri, Ireneo concentrerà nelle mani degli episcopi la tradizione, soprattutto scritta, per esempio il Credo, non quella orale. Sicché la regula fidei, d’ora in poi, sarà ciò che gli episcopi hanno ricevuto dagli apostoli e che trasmettono.
RESISTERE ALL’ILLUSIONE DEL DISCORSO UNICO
Questa sommaria carrellata ci fa concludere che “in principio c’era la pluralità”. Le prime Chiese erano caratterizzate da notevoli diversità. Impegnavano la loro fedeltà a Cristo su vie teologiche diverse. Il Nuovo Testamento testimonia l’accoglienza di questa fedeltà plurale, che giunge fino al disaccordo, senza però esclusioni. Può farlo, perché le testimonianze e i sistemi teologici che il Nuovo Testamento raccoglie non sono un invito ad adottare un principio ideologico, una norma etica, una dottrina filosofica, bensì a seguire qualcuno: Gesù di Nazareth. La fedeltà a una persona non implica l’uniformità e lo Spirito si incarica di far comprendere questa verità ai primi cristiani. Gestire oggi la loro eredità significa resistere all’illusione totalitaria del discorso unico e rischiare a nostra volta una parola che non è totalmente nostra perché in essa un’Altra Parola parla.







