“Sviluppo”, parola tossica - Bukavu, Congo: Niente salari, niente tasse
Come sostiene Serge Latouche, la parola “sviluppo” comunque aggettivata resta una parola tossica dal punto di vista culturale, sociale, politico ed economico.
“SVILUPPO”, UNA PAROLA TOSSICA
Seguo da lungo tempo Missione Oggi, anche quando si chiamava Fede e Civiltà. E sono fiero che, nonostante negli ultimi tempi non abbia scritto molto, i vari direttori, penso per “dovere” di amicizia, continuano a tenere il mio nome tra i collaboratori. Li ringrazio con profonda sincerità.
Con questa mia lettera, vorrei richiamare l’attenzione di tutti (direzione, redattori, gruppo redazionale e collaboratori) sull’equivoco pericoloso e senza senso, alla fine, di continuare a usare, nel presentare la realtà del mondo, lo scenario “sviluppo – sottosviluppo” con tutti i derivati che tristemente conosciamo, ivi compresi, evidentemente, le espressioni “progetti di sviluppo”, “educazione allo sviluppo”, “aiuti allo sviluppo” e “cooperazione allo sviluppo”. Tutte espressioni di un non-senso unico, di una tossicità culturale, sociale, politica e anche economica veramente diabolica. Fomentiamo nel mondo l’ansia di una meta impossibile, di un processo di crescita mortale. Condivido
perfettamente quanto Latouche dice in proposito, e cioè che la parola “sviluppo” comunque aggettivata resta sempre una parola tossica. Tra parentesi, ricordo che molti dei suoi libri sono editi dalla Editrice Missionaria Italiana. Quindi, un po’ di maggiore coerenza non starebbe male per una rivista missionaria…
Capite bene, amici, senza insistere tanto, che se i punti cardini di riferimento di tutti i discorsi, gli articoli, gli scritti, le convinzioni, le aspettative e le prospettive in merito alle relazioni Nord-Sud del mondo restano queste diaboliche parole: “sviluppo” e “sottosviluppo”, nel senso che lo “sviluppo” è al Nord e il “sottosviluppo” è al Sud secondo l’affermazione iniziale del presidente americano Truman (20 gennaio 1949), continuiamo a perdere il nostro tempo, a non rimediare nulla di nulla, anzi a peggiorare la situazione, come purtroppo è avvenuto nei decenni passati.
L’espressione stessa, veramente da mettere all’indice, con cui generalmente si definiscono i Paesi del Sud del mondo, come “Paesi in via di sviluppo”, contribuisce a riaffermare una mentalità, una cultura, un modo di trattare questi Paesi e i loro Popoli, che li condanna a essere illusi e presi in giro. Quest’espressione denota inoltre la convinzione, peraltro falsa, che i nostri Paesi siano sviluppati e quindi la meta, il traguardo, l’aspirazione a cui tutti quelli che sono sottosviluppati devono tendere. Appunto, devono mettersi “in via di…” per cercare di diventare sviluppati come il Nord. Questa visione, quest’illusione – lo sappiamo bene – è anche sul piano quantitativo matematicamente impossibile.
Il nostro Pianeta scoppierebbe prima. E alcuni segnali, chiari e pericolosi, li abbiamo già, anche se si fa finta di dar la colpa alla bizzarria delle “nuvole”.
GRAZIANO ZONI, Presidente di Emmaus Italia - Firenze.
BUKAVU, RD CONGO: NIENTE SALARI, NIENTE TASSE
Partecipo alla manifestazione per rivendicare la paga degli insegnanti, dei militari e dei funzionari dello stato. La marcia, programmata dal sindacato, è preparata e organizzata a livello parrocchiale. Alle ore otto siamo tutti in cammino nelle quattro direzioni della città per convergere nell’ampia piazza dell’Indipendenza. I negozi sono chiusi, il mercato è sospeso, il traffico è limitato.
La gente incuriosita osserva: preti, suore, bianchi, neri, laici, insegnati, genitori, giovani…
Tutti con bandiere, striscioni, emblemi d’associazioni. Si riprende, si fotografa, si trasmette in diretta alla radio l’evento. Siamo forse in 5mila. Nella piazza dell’appuntamento c’è aria di festa con musica e discorsi. Il responsabile delle scuole musulmane ci fa pregare con… il “Padre nostro”. Tutti siamo in un rispettoso silenzio al canto dell’inno nazionale: ”Debout Congolais”. Lo slogan: “Pas de salaires, pas de taxes” (“Niente salari, niente tasse”) è ripetuto a varie riprese. Gli oratori mostrano indignazione per un paese alla deriva, esibiscono coraggio nei propositi ed esprimono sogni di speranza per un futuro migliore.
È ora di finirla con le autorità di questo Paese che sfruttano la ricchezza per il profitto personale, che sono insensibili alla miseria della gente e che non progettono un futuro per questa terra ricca e bella.
GIUSEPPE DOVIGO, sx - Bukavu, RD Congo.









